Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

giovedì 9 novembre 2017

Lettrice a tolleranza zero



Basta, io ho dato! 
Ci ho messo tutta la mia buona volontà, ne ho parlato in varie occasioni nel blog, ho collaborato finché ho potuto con un’amica che gestisce su Twitter un profilo nato con le migliori intenzioni per dare spazio e visibilità ad autori nuovi. 
Mi arrendo
Metto in tasca il mio masochismo per diletto, anzi lo lancio dal balcone: che la pioggia di oggi se lo porti via. E non se ne parli più.

Ho cinquantadue libri di autori emergenti che si sono autopubblicati nel mio eBook e non so calcolare le ore spese a leggerli tutti senza demordere, fino all’ultima pagina, perché la critica deve poggiare sull’esperienza diretta, non essere sostenuta dal pregiudizio e dunque io, prima di giudicare, leggo. 
Sono una lettrice rompicojoni, lo ammetto, sono dentro la gabbia dei sognatori che aspirano e, contestualmente, dalla parte di chi lancia loro le noccioline. 
Dai cinquantadue libri sopra citati ne escludo tredici, non arrotondo, li conto proprio sulla punta delle dita: li salvo perché sono scritti bene, hanno del potenziale, sarebbero pronti per un salto di qualità. Dei restanti trentanove farei volentieri un falò.
I gusti, okay sono importanti, ma nella valutazione generale influenzano in una percentuale molto bassa la mia opinione, tant’è vero che tra i “salvati” ci sono ben tre storie di fantascienza che, per una che dice di non amare il genere, mi pare persino troppo. 
Non credo di essere presuntuosa se dico che mi viene spontaneo rilevare errori, inesattezze, insensatezze, ovvietà quando ho di fronte alcuni testi e di trovarli mediamente brutti o noiosi; nemmeno credo di essere ruffiana se affermo che gli agenti/editor/consulenti/ fanno benissimo a scartare a pagina dieci la quasi totalità delle opere che devono valutare per lavoro.
Sono esigente? Sì, lo sono. E sono stronza, anche se non sembra.

Si apra il sipario sull’ennesima opera autopubblicata. 


Questo è un romanzo in cui storia, linguaggio, dialoghi, sono di una puerilità imbarazzante. Tutto rimane in superficie, leggero come il polistirolo che in acqua galleggia. Ecco, direi proprio che questo libro non è fatto di parole, ma di sferette di polistirene espanso. 😜
L’unico accorgimento buonista che adotto è non segnalare il titolo né il nome dell’autore: sarò anche stronza, ma la perfidia delle streghe non mi appartiene. 

Quell’attimo di una sera d’estate, aveva davvero svuotato la mia vita di ogni significato, lasciandomi solo. Il mondo mi appariva più piccolo e insignificante, forse perché lo vedevo solo con i miei occhi, o perché con lei se n’era andata la parte migliore di me. Fu così che presi un’importante decisione, che prima non avrei mai avuto il coraggio di prendere. Di lì a breve mi sarei trasferito a Roma, lontano dai ricordi e dai rimpianti.

Ciò accadeva nel 1989 ed è la premessa che avrebbe dovuto farmi dire: “sì, dai, scopriamo cosa successe in quell’attimo di una sera d’estate”, invece mi ha solo fatto voltare pagina con un “vabbè, vediamo come parte ‘sta storia.”

E parte con una botta di adrenalina:

L’ultima ricordo che ho di quel 14 aprile del 2005 è il rumore stridente di una frenata, poi il buio.

Dunque sono passati 16 anni e Matteo, il protagonista narrante, ha avuto un incidente.

Quando mi svegliai, tre giorni dopo, l’infermiere dell’Ospedale San Camillo di Roma mi guardò sorridendo e mi disse: -Ben tornato…-Chi era quell’uomo, dove mi trovavo e soprattutto cosa mi era successo?

Le domande. Ecco una cosa che noto spesso e che non serve: interrogarsi “ad alta voce”.
Chi è quell’uomo ce lo hai già detto, dove ti trovi lo sappiamo e soprattutto cosa ti è successo è nell'incipit.

In undici pagine di ricovero al San Camillo di Roma scopriamo il “come mai” dell’evento scatenante: Matteo si sta recando a lavoro, passando per il bar di Fernanda; sale sull’autobus straripante come ogni mattina delle stesse persone. Dodici fermate, poi c'è la camminata fino alla redazione del giornale durante la quale... 

Mi guardai intorno e cercai di immaginare la vita delle persone che vedevo passare, chi a piedi, chi in macchina o in motorino, ognuno con la sua meta da raggiungere, col suo obbiettivo piccolo o grande che fosse, ognuno apparentemente slegato dall’altro, ma in realtà incastrato come il tassello di un puzzle in un unico grande disegno.

Certo, l’obiettivo piccolo o grande, ognuno apparentemente slegato dall’altro, perché in realtà siamo tasselli di un unico grande disegno. Che sarebbe? 
Ma che ha detto?

Matteo fa il redattore per un giornale a tiratura scarsa e quando gli dicono di recarsi in un luogo nei pressi di Cinecittà, dove la notte appena trascorsa c’era stata una rissa e c’era pure scappato il morto, lui va a raccogliere notizie super accessoriato: 

Le cose che ritenevo indispensabili e che infilavo sempre nel mio Invicta stile ragazzino che tenevo in spalla, erano: il mio Bloch notes, un piccolo registratore portatile, un astuccio con biro, matite, gomme e quant’altro e il mio immancabile cellulare con batteria di riserva annessa, nel caso avessi dovuto comunicare qualcosa di urgente alla redazione.

E un pacco di fazzoletti non glielo vuoi mettere nello zaino Invicta stile ragazzino? Chessò, capita uno starnuto, il sudore: i fazzoletti di carta servono sempre.

Giunto sul posto, chiede, si informa, fa quello che deve fare, ma lui vuole parlare direttamente con l’investigatore che si sta occupando del caso, così, quando lo vede da lontano, corre per raggiungerlo prima che sparisca in mezzo al caos e...

passai in mezzo a due macchine parcheggiate vicino al marciapiede su cui stavo camminando e feci due, forse tre passi in mezzo alla strada, buttandomi come un pazzo senza curarmi delle auto che passavano. Quando sentii lo stridere di quella frenata, era troppo tardi.

...e così si chiude il primo capitolo: con quei due, forse tre passi in mezzo ai verbi passai e passavano.
Passiamo al resto.

Sappiamo già a pagina tre che chi ha investito Matteo è un onorevole che per sdebitarsi dell’incidente causatogli gli offre un lavoro prestigioso in una redazione importante, sfruttando la conoscenza con il direttore di questa. Quello che scopriremo al capitolo quattordici è che il direttore è, in realtà, un poco di buono e che i due vogliono coinvolgere il protagonista in un affare losco.

I capitoli del romanzo sono in tutto ventinove, ma non stuzzicherò oltre la curiosità che sono certa di avervi trasmesso con queste avvincenti anticipazioni, aggiungerò solo una parentesi rosa, di grande intensità.

Matteo ha una bella amicizia con Carmen, la coinquilina con cui convive, che fa la spesa e lo aiuta nei lavori di casa, perché dopo Anna, non ero riuscito in alcun modo a costruire una relazione stabile e duratura con una donna. E dunque nemmeno con questa giovane studentessa, pur essendo intelligente e molto carina, capace di illuminargli la giornata, di farlo ridere e di regalargli momenti di spensieratezza impagabili.
Niente amore, non dopo Anna. Ma con Silvia qualcosa cambia. La segretaria della nuova redazione gli fa battere di nuovo il cuore e il sentimento è ricambiato con slancio, stando ai pensieri manifestati da lei, giustificatissimi in presenza dell’ io narrante:

Lei accettò stuzzicata dal gusto che avrebbe potuto avere una serata clandestina con il proprio direttore di cui si stava innamorando, ma anche dall’idea che fosse solo l’inizio di una storia d’amore come l’aveva sempre sognata e dalla quale si sarebbe lasciata travolgere senza opporre la minima resistenza.

Tra l’altro l’idillio con la segretaria è un affascinante ritorno al tempo delle mele:

Il suo profumo che mi inebriò come mai prima mi era capitato, lasciandomi stordito e inerme nelle sue mani. Non so dire quanto sia durato quel bacio, ma la cosa certa è che per entrambi fu stupendo. Ci guardammo negli occhi come se avessimo rubato qualcosa o se avessimo un segreto in comune da tacere al mondo. 

E poi che accade?
Eh no, non penserete mica che una lettrice seria come me spoileri il finale! 😖

Non dico altro.
Errori a parte, anche di impaginazione, la verità è che mi sono annoiata



niente pathos, niente svolte, e il climax? Una storia piatta, troppe informazioni superflue, scene poco approfondite. Una narrazione annacquata.

Ora, qualcuno di buon senso mi critichi pure, dica che sono esagerata, che non sono nessuno per emettere sentenze, ma non cerchi di convincermi che il selfpublishing sforna roba buona, perché una volta in più testimonio, con avvedutezza, che se si salva un libro, su dieci “imposti” al pubblico, è solo perché esistono i miracoli.













100 commenti:

  1. Che bello sentirti dire "stronza"! :-D

    Io sono così esigente che errori, refusi e inesattezze varie li trovo anche nei romanzi delle case editrici importanti, e mi fanno incavolare ancor più di quelli degli auto-pubblicati, che almeno a volte hanno l'alibi della mancanza di supporto da parte di un professionista.

    Quando leggo post come questi (e mi capita molto, molto spesso) non so mai quale posizione prendere riguardo a me stessa. Sai che sono una persona molto autocritica, quindi a volte mi dico: "se la media degli esordienti è così bassa, forse io mi illudo di essere brava, ma sono una ciofeca come loro". Poi, però, mi rincuoro: "la critica che rivolgo a certi romanzi è la mancanza di cura. Io sono maniacale su questo. Posso considerarmi in una botte di ferro?". Poi di nuovo mi ripeto che "chi si loda s'imbroda", e torno al punto di partenza. Insomma. Io so solo che non mi butterò a capofitto in imprese che non sono alla mia portate. Per il resto lascerò agli altri la possibilità di valutare il valore dei miei scritti. Solo di una cosa sono certa: se mai dovessi autopubblicarmi, lo farei investendo del denaro nell'editing, nella copertina e in tutto il resto, partendo dal presupposto che non si tratta di un gioco (la causa della presenza di cotanta "fuffa" secondo me è proprio quello) ma di un'alternativa all'editoria tradizionale, che va gestita nel modo più serio e professionale possibile.

    P.S. Oggi ti manderò un file vocale e un file doc con i capitoli nuovi. Nel frattempo però leggi il mio nuovo post, se vuoi, specialmente il paragrafo che parla nello specifico del romanzo. Ti sarà utile secondo me per capire meglio la situazione. :)


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    1. “Lascerò agli altri la possibilità di valutare il valore dei miei scritti.”

      È questa la chiave di lettura della mia lamentela, tutte le volte che viene fuori, per un motivo o per un altro: me lo deve dire qualcuno che conta qualcosa se ho le capacità, non devo convincermene guardandomi allo specchio, perché è questo che succede 99 volte su 100 col selfpublishing. Siamo autoreferenziali e ci montiamo la testa se amici e parenti ci dicono “bravo, ottimo lavoro”.
      Io ho le tue stesse insicurezze e mi pongo le tue stesse domande: da quale pulpito viene la predica, dico a me stessa. Però, poi, mi dico anche: qualunque cosa scriverò in futuro, non mi verrà mai in mente di autopubblicarla: troppo rispetto per il lettore e io sono la prima a non avere fiducia nelle cose che scrivo. Ovviamente non critico gli altri facendo un paragone con la mia scrittura, ma porca miseria, Chiara, non è possibile che non ci si dia una calmata con tutta questa libertà concessa dall’autopubblicazione di massa. 🙂

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    2. Tutto ciò che scrivi è affine con il mio pensiero, con l'unica differenza che io non escludo a priori l'autopubblicazione, se fatta con buon senso, investendo del denaro per avere il supporto di professionisti, in modo di garantirsi un risultato non dico pari, ma almeno vicino, a quello che si potrebbe ottenere con una casa editrice tradizionale. Ovviamente non mi butterei mai nel calderone senza una conferma esterna: all'inizio mi facevo problemi anche a mandare i file a te, e c'è stato bisogno di costruire la confidenza perché vincessi l'imbarazzo, figuriamoci se mi butto in pasto agli squali così en passant. :-D

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    3. Così, il discorso cambia. Tu sei una scrittrice coscienziosa ed è quello che dovrebbero fare tutti. Questo sarebbe l’uso corretto del selfpublishing. Il problema è che in tanti si convincono che autopubblicarsi significhi risparmiare su tutto, che sia una via svelta e facile anche perché non devono servirsi di nessuno. E lì il self finisce di essere un mezzo utilizzato bene.

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    4. Questa mentalità purtroppo è frutto anche di alcune campagne errate portate avanti dalle case editrici a pagamento: "tutti possono essere scrittori". Ho litigato furiosamente, una volta, con un autore autopubblicato (dopo aver letto un manuale e aver sborsato un po' di cash a uno pseudo-editor, che però in assenza anche dell'abc non aveva potuto fare granché) perché voleva mettere da me un guest-post completamente sgrammaticato, e quando mi sono rifiutata me ne ha dette di ogni. Non so se ai tempi tu mi seguissi già, e se te lo ricordi: UN INCUBO!!
      http://appuntiamargine.blogspot.it/2015/04/con-le-mani-nei-capelli-manuali-e-guest.html

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    5. Sì, mi ricordavo il post e anche questo episodio. Sono d’accordo: la campagna errata delle case editrici a pagamento porta dunque a confermare che non tutti, in realtà, possono essere scrittori. 🙂

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  2. "E sono stronza, anche se non sembra".
    Che bello sentirlo dire da una donna! Proprio eclatante. Brava!
    Uno dei miei alterego, un folletto maligno che abita nel mio cervello, quartiere occipitale, mi suggerisce subito l rispostina fulminea: "Ti sbagli, sembra, sembra e come".
    Lo scaravento per le scale. Userei invece la risposta di un altro mio alterego, più mite e bonaccione: "Ma davvero? Che dici mai, non me ne ero proprio accorto", ma è troppo pidiessina e scelgo la mia: "Questione di opinioni". Galleggio e non ti rivelo la mia. Ma no, non sei stronza, qualcosa di te salverei comunque...solo giustamente pignola. E masochista. Ma dimmi un po'? Ti pagano per leggerli o è la maledetta voglia di scoprire che tu scrivi meglio di tanti altri? Sputa il rospo. È così? Vedi che qualcosa da salvare c'era.
    Io sto rileggendo -tanto per fare un esempio- un romanzo che NON ho cercato di far pubblicare ed ho tenuto ben chiuso in un cassetto. Ne ho pubblicato una pagina sul mio blog recentemente ed altre due volte lo farò, la prima magari oggi stesso, per confrontare l'opinione dei miei follower con la mia. Lo ritenevo buono ma difficile da classificare per un lettore di Casa editrice. Ora mi accorgo che ho usato due stili, perché si tratta del romanzo incompiuto (primo stile) di un autore col blocco delloe scrittore, che si confessa (secondo stile) e si prende in giro fose per la disperazione. Non mi ero accorto che oltre al diverso formato del secondo scritto cambiava anche lo stile. Stanotte leggevo un brano e ridevo: questo sono io, mi dicevo; quell'altro, quello del romanzo incompiuto, chi cavolo è? Ma che stronzo che sei? È lui no, è il suo romanzo non il mio per cui quello è il suo stile
    che io senza volere gli ho creato e messo nella penna, ops, nella tastiera. Che casotto. Capito perché ho detto che temo/temevo che un lettore anonimo non ci capisse in cavolozzo fritto?
    Ma poi mi sono detto, e me lo dico adesso: ma non è forse questo il senso di essere un aurore nuovo? Scrivere qualcosa di diverso? È questo Marina? È questo Chiara? Dai so che mi leggi anche tu.
    E anche se non fosse questo sapete che vi dico? E chi se ne frega. Io l'ho scritto così.
    Per quel che riguarda il romanzo di cui parli, Marina, bello sforzo che hai fatto a leggerlo tutto, ma questa è onestà intellettuale. Per dire che è una cagata devi allusarla bene, perché magari col tempo che fa sei un po' raffreddata. Rassicurati: hai visto giusto. Il tipo non ha una chance di farcela, troppo terra terra, e la sua storia non esiste.
    Come vedi sono stronzo anche io come te.

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    1. Scrivere qualcosa di diverso, ottimo, ma devi saperlo scrivere bene, se no scrivi qualcosa di diverso e brutto.
      Allora, devo dirti che almeno in questo sono onesta: quando leggo un autore che si autopubblica lo faccio avvisandolo che non gli farò sconti se il libro non mi piace e in privato lo bastono anche peggio di come ho fatto in questo post. Non recensisco romanzi per mestiere, dunque non mi piace infierire in pubblico, però dico le cose che vanno dette. In passato qualcuno si è offeso, mi è dispiaciuto solo che non abbia saputo vedere nelle mie critiche un’opportunità per aprire gli occhi. Certi emergenti sono ciechi. Non sono pagata per leggerli: mi sono solo sempre detta che prima di parlare male di qualcosa devo conoscerla e per conoscere una realtà devi frequentarla. Ho abbastanza esperienza, adesso, per darmi ragione.
      Credo che verrò a dare un’occhiata nel tuo blog alle pagine del tuo libro. Sono curiosa. 😉

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    2. IO intendevo proprio quello; scrib´vere BENE qualcosa di diverso. Ma di cosa parliamo? Io per natura sono un feroce critico di me stesso. Nella scrittura innanzitutto. Bada che non parlo di grammatica e sintassi, lì sto tranquillo ho basi troppo buone ed anche nel parlato non ho problemi, non sbaglio mai congiuntivi o participi. Ma scrivere bene significa tante cose, che tu conosci benissimo.
      Saper scegliere la Storia da raccontare.
      Saper scegliere l'incipit.
      Saper descrivere un personaggio senza sprecarci una sola riga, ma facendolo emergere piano piano.
      Mai descrizioni dettagliate di ambienti, vestiti, paesaggi ma lasciare alla fantasia del lettore la più ampia libertà.
      Fare in modo di fare entrare il tuo lettore nella tua storia.
      Tenerlo attaccato alla pagina.
      Forma e formato di ogni frase.
      Punteggiatura tirata al limite.
      Mi fermo perché è pure troppo.
      Per quel che leggo dai tuoi post posso dire che tu scrivi bene e che mi piace come scrivi.

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    3. Con grammatica e regole di sintassi penso di cavarmela anch’o (refusi a parte), ma la narrativa chiede altro: strutturare una storia non è come scrivere un post. Lo sai bene anche tu. Comunque cerco di curare la scrittura nel blog e quella che alleno con i racconti o i capitoli del romanzo alla stessa maniera, cioè le buone intenzioni sono le stesse, la resa in narrativa tuttavia resta sempre più impegnativa ed è lì che si annidano tutte le mie insicurezze e la mia insoddisfazione.

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    4. Le insicurezze DEVONO esserci, fanno parte del gioco. Se tu fossi strasicura di quel che fai -come certi di cui non faccio nome-saresti una bella stronza, e non lo sei.
      L'insoddisfazione è ciò che differenzia, secondo me, chi sa veramente scrivere da chi non sa cosa sia. Ogni vero artista o scrittore non può mai essere soddisfatto.
      Tanti anni fa immaginai un quadro di due ubriachi in un notturno. Iniziai il quadro, un 120 x 120, e mano a mano che dipingevo mi si cambiava sotto il pennello. Alla fine era un altro, completamente diverso da come lo avevo immaginato.
      Lo buttai in un angolo del mio atelier e lì lo dimenticai. Un paio di anni dopo capitò, non per caso, una gallerista direttrice di una grande galleria del Nord della Germania. Volle vedere un po' tutto, anche roba vecchia e le capitò sotto mano "Die Trinker" i bevitori, appunto. Rimase a guardarselo minimo dieci minuti, poi mi chiese quanto volessi per quello. Pensavo che lo volesse esporre, ma lei lo voleva comprare per sé e poi lasciare dentro la galleria senza mai venderlo.
      Sono passato anni fa dalla galleria. A dirigerla c'è la figlia ma il mio quadro è sempre lì, con l'etichetta "nicht zu verkaufen", non in vendita.
      Capito cosa intendo?
      Ora posso dirti che rivisto a distanza di almen 30 anni quel quadro è uno dei miei migliori. Ma allora non mi soddisfaceva.
      Capita a tutti i creativi.
      Anche a te.

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    5. Grazie. Hai capito ciò che voglio dire. È un presupposto fondamentale anche per capire il discorso che sto facendo qui: l’insicurezza e l’insoddisfazione dei creativi non possono trovare sfogo in una forma di autocelebrazione. Ci sarà qualcuno, un giorno, che noterà la tua bravura, se ne hai una, ma lo stabilirà chi vede nella tua opera delle potenzialità che tu non puoi riconoscere subito. Il tuo racconto ne è una dimostrazione.

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  3. Credo che l'analisi più seria, attente, precisa ed esaustiva sul self l'abbia fatta in questi giorni Chiara Beretta Mazzotta con un bel video postato sulla pagina FB di Bookblister, ti consiglio di vederlo. Per il resto hai letto un bel campionario di libri autopubblicati, ma il self publishing sforna anche roba non buona, ottima, e non grazie ai miracoli, ma alle capacità dell'autore che per Nmila motivi sceglie il self anziché l'editoria tradizionale, e tra questi motivi ci metto anche la mancanza di etica che spesso l'editoria tradizionale comporta. I libri belli e quelli brutti sono ovunque: pubblicati da editori big, autopubblicati e pure nei cassetti.

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    1. Ma qualcuno deve consigliarli, però, la scelta sul self vincente dev’essere pilotata, altrimenti è molto più facile beccare il lavoro brutto.
      Ho notato che forse ci sono cose decenti in generi che non frequento, nel ramo mainstream si pesca sempre malissimo.
      Ascolterò la Beretta Mazzotta, ma la mia esperienza è un dato certo e non ne sono contenta.

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  4. Mi hai arpionato su FaceBook, solleticando la mia - solitamente accidiosa - curiosità. Morivo dal desiderio di scoprire chi o cosa avesse acceso le ire di una (sicula) lettrice. Mi sono interrotto a metà. Scusa. Onore al merito comunque, il tuo. Saluti.

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    1. Oh, questa sì che è una soddisfazione: avere smosso la tua accidiosa curiosità! 😋

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  5. Beh, no, non mi sembri stronza.
    Essere come polistirolo nell'acqua può essere finanche un pregio, ma bisogna pure saper essere leggeri, che non è facile :D

    Moz-

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    1. È vero, la leggerezza è una qualità quando è anche un’intenzione ed è gestita bene. In questo romanzo, la pretesa sembrava tutt’altra, la storia voleva essere intensa, ma la resa davvero senza peso, leggera perché inconsistente.

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  6. Con la stima che hai fatto di tredici che si salvano hai reso l'idea. Ovviamente non passando sotto la lente di editori, editor e impaginatori improvvisandosi a far tutto da sé molti mettono un prodotto non valido sul mercato, ma altri invece dimostrano di saperlo fare. Abbiamo amici in comune che hanno preso la decisione di autopubblicarsi con sapienza e coerenza, ma investendo molta professionalità in questo. Purtroppo non pare il caso del citato esempio, ma infatti ricade nei non salvati.

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    1. Infatti, i salvati sono quelli in cui ho trovato una storia, una struttura, una lavoro dietro che si percepisce. Ma hai detto bene, ci sono scrittori validi che non conosci se non per corsie preferenziali concesse agli amici. Li trovi con il lumicino, questo è brutto nel selfpublishing: non trovi la regola, ma l’eccezione e se per beccarne una devi leggere 50 lavori brutti, ti scoraggi (anche prima, veramente) e lasci perdere del tutto. Il self è a perdere.

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  7. Non credo che stroncare un libro non piaciuto denoti stronzaggine. D'altronde quando si pubblica (o autopubblica) un libro ci si espone consapevolmente al rischio di ricevere recensioni negative, fa parte del gioco.
    Personalmente tendo a evitare le stroncature, se un libro non mi è piaciuto in genere semplicemente non lo nomino o comunque esprimo la mia insoddisfazione come lettore in modo più soft, diciamo così. Fa parte del mio stile da vecchia zia ;-)
    Riguardo il problema che poni, ovvero la scarsa qualità del self-publishing, sicuramente il fatto di poter pubblicare senza alcun tipo di filtro implica che anche uno studente che riceve puntualmente voti negativi in italiano ha la possibilità di autopubblicare il suo romanzo, come pure il pensionato con la quinta elementare che ha deciso di dare sfoggio della sua inventiva. O anche un coglionazzo qualunque sempre scartato dagli editori come Ariano Geta, ovvio ;-)
    Però credo che affermare a gran voce che il self-publishing fa schifo a prescindere proprio perché "self-publishing" sia una presa di posizione che non necessita di particolare enfasi poiché esprime un'opinione già plebiscitaria.
    Qual è lo scopo? Convincere chiunque a non leggere nulla di autopubblicato?
    D'altronde l'autopubblicato già sa che deve cercare pazientemente i propri lettori, quasi porta a porta come un ambulante, proprio perché non essendoci un editore alle sue spalle il lettore medio diffida fortemente di lui.
    Oppure il tuo post va inteso come un pubblico pentimento, del tipo "scusatemi tutti se fino a oggi avevo dato un minimo di fiducia alla narrativa autopubblicata"? In questo caso ha un senso, quando si cambia idea rispetto al passato è giusto darne pubblica notizia.
    Io non cercherò minimamente di convincerti del contrario perché, onestamente, in tutta questa querelle sull'autopubblicazione io mi sono sempre posto come uno "scribacchino" che ama scrivere e ricevere un giudizio su ciò che scrive da un lettore neutrale. Se i lettori sono solo venti e non ventimila non è un problema per me, scriverei comunque, preferisco farlo con un confronto (anche perché un libro è scritto per essere letto, lasciato in un cassetto e riletto dall'autore non è più un libro, semmai un diario privato, ma io non voglio scrivere un diario privato come si evince dai miei contenuti).
    Insomma, se un povero scribacchino dilettante e disgraziato decide di ammorbare il mondo con le schifezze che scrive, è giusto che il mondo lo punisca con il disprezzo. Ma se riesce a condividere le proprie schifezze con qualche povero sciocco disposto a leggerle e - addirittura - talvolta apprezzarle, vogliamo vietarglielo? Facciamo votare una legge in parlamento per bloccare gli autopubblicati?

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    1. Io non so mentire: se tu mi chiedi di leggere il tuo libro e di dirmi cosa ne penso, io mi sento investita della responsabilità di essere sincera. E lo sono.
      Direi che non vorrei convincere nessuno, non mi faccio promotrice di campagne contro il selfpublishing: esiste? È un dato indiscutibile, chi sono io per volerlo eliminare o per impedire che qualcuno ne faccia l’uso che vuole (da scrittore o lettore)? Però posso parlarne male, sì, è lo faccio perché la mia esperienza è tutta (quasi) al negativo. Eppure quel “quasi” è sudato e non so se vale la pena ostinarsi a cercare la cosa scritta guadando in mezzo a tanta melma. E te la posso dire una cosa in tutta franchezza? Non dovrebbe essere il lettore a ribellarsi, ché al limite non compra e guarda ad altro, ma lo scrittore serio, quello che sopra qualcuno dice essere professionale, lui dovrebbe incacchiarsi per primo, se nel selfpublishing confluisce qualunque cosa, l’opera dell’ignorante, quella del nostalgico che non sa né leggere né scrivere, perché sono queste che poi squalificano il suo lavoro.

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    2. E chi è "lo scrittore serio"? Io posso definirmi uno "scrittore serio" essendo sempre stato respinto dagli editori?
      Quando si crea una categoria tout court non esistono le eccezioni, non si può dire "io sono un autopubblicato, però io mi distinguo perché..."
      No, non funziona così. Se affermi che i libri autopubblicati fanno schifo e tu autopubblichi, allora fai schifo anche tu ("tu" non nel senso di "Marina", "tu" nel senso "chiunque" affermi che le autopubblicazioni fanno tutte schifo e poi autopubblica...)
      Perché io dovrei "indignarmi" contro chi autopubblica ebook scarsi? Con quale diritto? Se il libro in questione non mi piace dirò che il libro non mi piace, ma con che faccia dovrei pretendere che chi ha scritto un libro che a me non è piaciuto non debba più pubblicare? Applicando lo stesso criterio, se qualcuno ritiene che il mio libro fa schifo (ed è suo diritto affermarlo) considerato che io sono autopubblicato dovrei a mia volta essere per sempre bandito dal regno della pubblicazione...
      No, io penso che la tolleranza zero vada benissimo contro la criminalità, ma in altri contesti diventa inopportuna.
      Per quanto mi riguarda, chi ha voglia di scrivere, scriva. Chi vuole pubblicare, pubblichi. Chi riceve una recensione negativa, la accetti. A me sta bene così.

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    3. La serietà non è un dato che dipende da una casa editrice. Non è che sei uno scrittore poco serio perché una casa editrice non ti ha pubblicato o lo sei meno perché ti sei autopubblicato. Sei uno scrittore serio autopubblicato se lo fai con i criteri di cui parlava Chiara, non “ad muzzum”, perché non hai dove altro piazzare il tuo libro.
      Poi sono d’accordo con te: non è coerente l’autopubblicato che parla male dell’autopubblicazione. Io posso farlo perché sono un’autopubblicata anomala: ho rimesso in circolazione un libro regolarmente pubblicato da una casa editrice perché il cartaceo non era più disponibile. Attenzione: se passa il concetto che io ho scritto il capolavoro e che caco sentenze dall’alto di un piedistallo, chiedo scusa: il mio romanzo ha tante pecche ancora esistenti, lo so, resta il fatto che se fosse dipeso solo da me lo avrei lasciato marcire dentro un cassetto, invece ho tentato la strada del concorso.
      Poi, io non voglio bandire nessuno e se ho da indignarmi lo faccio con chi prende poco sul serio (ecco la serietà di cui parlo) una cosa che andrebbe ponderata con molta attenzione: pubblicare non è un gioco, “offrirsi” al pubblico non è una passerella. Puoi farlo, certo che puoi, ma troverai qualcuno che ti stimerà meno come scrittore e avrà tutto il diritto anche lui di lamentarsi.
      Ma poi, Ariano, si parla di scritture, letture, cose leggere eh, la criminalità non può essere accostata a tali discorsi. Va bene che le parole sono importanti, ma saperle contestualizzarle è fondamentale.

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  8. Tutto vero. I numeri sono questi.
    Non bisogna però dimenticare che il self è solo un mezzo e come tale non può essere né buono né cattivo. C'è chi lo usa bene (pochi) e chi lo usa male (molti). Come i social. Come tante altre cose. :)

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    1. Un’opera letteraria merita cura, non è lo scarabocchio su un foglio o la citazione condivisa in un luogo virtuale dove conti i “mi piace”.
      Il self è un mezzo usato male, è un mezzo che non funziona come dovrebbe, dunque è un mezzo che si è rivelato cattivo (sempre guardando all’importanza che attribuiamo alle opere letterarie)

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    2. Non sono d'accordo. Un mezzo in sé non può ne essere buono né cattivo. È solo un mezzo. Se la ruota, che è una delle più grandi invenzioni nella storia dell'umanità, la usi per pestare i calli a qualcuno, la colpa è tua, non della ruota.
      Se no, si confondono categorie logiche diverse. Al limite si può dire che un mezzo ha più vantaggi o svantaggi di altri, ma non si può confondere il valore del mezzo con il valore di ciò che il mezzo trasporta o comunica.

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    3. La ruota è stata una invenzione rivoluzionaria, il selfpublishing un escamotage per arginare un ostacolo. Non ha migliorato la qualità della letteratura come la ruota la qualità della vita. La ruota è utile a tutti, il selfpublishing solo a quelli che pensano che tutte le difficoltà si superino semplificando le cose.

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    4. Ma il self non può migliorare la qualità della letteratura, come non lo fa la casa editrice. La qualità sta a monte.
      Tu fai una generalizzazione che contiene una fallacia: se solo il 25% delle opere in self sono accettabili, allora il self sforna solo porcherie. Parti dal particolare per definire il generale. Allora si potrebbe ugualmente dire che, poiché almeno il 75% delle opere pubblicate dalle case editrici sono scelte sul criterio della vendibilità, allora tutte le opere pubblicate da ce sono puramente commerciali. Invece sappiamo che non è così.
      La stessa casa editrice, quando rileva i diritti di un selfer, la prima cosa che guarda è quanto ha venduto o quanti fan ha sulla pagina FB. È una legge di mercato e nient'altro.
      Se non l'hai già fatto, prova a leggere Serena De Matteis, Marco Freccero, Sara Gavioli, Morena Fanti. Io non credo che il loro sia un'estamotage. Io credo che sia una scelta, una filosofia editoriale.

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    5. Ti sei dimenticata Riccardo Moncada e il suo Commissario Pietrasanta, Silvia. Che sta facendo soldi a palate, tra l'altro.

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    6. Non l'ho citato volontariamente. Non perché non ne valga la pena. Ma perché lui è ad un passo dalla CE.
      E ne potrei citare tanti altri. Questi sono i primi che mi sono venuti in mente. ;)

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    7. Sì, Silvia, mi sento in diritto di generalizzare, perché di una pietanza ti resta il sapore in bocca e se la pietanza è cucinata con gli ingredienti sbagliati, conserverà pure il suo buon nome, ma a me avrà fatto schifo comunque.
      E il mio discorso non serve a difendere le case editrici, che ho criticato in altri momenti, anzi il mio discorso non serve: è una mia personale ribellione avanzata a ragion veduta.
      Lo dico anch’io che ho salvato alcuni autori, alcuni di quelli che citi, tra l’altro, ma è poco per sorreggere un entusiasmo e una volontà che non ho più.

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    8. Ehm... io so solo che è vero il vecchio detto: Il pane a chi non ha i denti.
      E come diceva il buon Peppino a Totò: ho detto tutto. :P

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  9. 52 e 13.
    Ambo fisso sulla ruota di Roma.
    Vedrai che non tutto il male viene per nuocere... :-D

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    1. Sì, ma se vinco scordati la percentuale. 😋

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  10. Io non sarei arrivata in fondo a uno, figuriamoci a decine di libri così. Hai letto, hai sofferto, è tuo dovere morale stroncare.

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  11. Però sei un po' masochista, ammettilo. Perché arrivare fino in fondo? Io avrei mollato alla prima riga o poco più. Insomma, esistono le anteprime per questo motivo. Per il resto, pure da self so bene che c'è un sacco di roba che non si può proprio leggere, quindi lungi da me difendere la categoria. Ma basta a farti del male, su :D

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    1. Sono masochista, mi sono definita così anch’io! 😖 però sono seria e se prendo un impegno devo onorarlo, costi quel che costi.
      Se una persona mi chiede di leggere il proprio romanzo e mi convince a farlo, io mi assumo la responsabilità della scelta fatta e se quella persona aspetta da me un’opinione devo dargliela. Posso farlo solo leggendo tutto fino all’ultima parola.
      Il mio errore è dare fiducia agli sconosciuti. Intanto ad avercene lettori come me disposti a questo! E invece? Sono riusciti a fare stancare pure chi aveva tutte le buone intenzioni per ricredersi sul self. 😩

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  12. Più che altro mi pongo una domanda semplice semplice. Ma è questione di autopubblicazione o di capacità/incapacità dell'autore?
    Perché se compri un libro pubblicato ds casa editrice famosa scritto ds perdlna persona nota e pou ti viene la nausea..... se vuoi in privato ti fico anche il cognome di tal Aldo 😐

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    1. Non è un caso, Patricia, che poi le cose più brutte affluiscano tutte nel self. Nell’editoria tradizionale non è una regola trovare la schifezza, nel selfpublishing sì.
      Ci sono persone note che io non ho amato, quando le ho lette, ma non sono mai ai livelli bassi che ho riscontrato leggendo certa narrativa in self.

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    2. Io prò non me la sento di criticare chi si autopubblica.
      Sono convinta che ci voglia un certo coraggio a farlo e che in mezzo alla munnezza ci siano anche cose pregevoli.
      Poi, nel caso che ti ho citato io, anche gli editori possono sbagliare nello scegliere se pubblicare o no un libro. Di certo loro si basano più sulla legge di mercato, pubblico il libro che "tira", che la qualità.
      Ci sono nomi famosi che hanno scritto capolavori e poi vengono editi anhe quando scrivono immondizia. Il nome c'è ed è quello che fa vendere.

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    3. Ci vuole coraggio, d’accordissimo! 😜😂

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  13. Ovvero il 25% di quello che hai letto, senza effettuare distinzione di sorta nella scelta, ti è piaciuto. Corrisponde alla medesima percentuale di quello che si salverebbe se io leggessi i titoli pubblicati tradizionalmente e "caldamente" consigliati da classifiche, critici, fascette e newsletter. Cioè non anteponessi un filtro prima dell'acquisto. Un esempio le recensioni di Viola Emi nel blog di Michele, per la Lucarelli e Le memorie di quella là...

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    1. Ma il filtro da lettori è un’altra cosa: ci sono i gusti, c’è un genere, puoi farti consigliare e poi se incappi nella schifezza okay, capita!
      È il filtro per gli scrittori che conta molto per me è non lo è certo l’opinione di mamma, papà e amici stretti.
      Scrivere bene è un’arte certificata. Certificata da chi ha una professionalità nel settore, non da un passaparola, spesso, tra compiacenti.
      Il selfpublishing, ormai, scoraggia le mie scelte: mi ha deluso, non sono motivata.
      Sono certa che nella editoria tradizionale potrei avere delle brutte esperienze, ma mai quanto quelle sperimentate con il selfpublishing.
      52, cavolo! E ho ritenuto passabili solo 13 opere. Per me restano pochissime, anche se dire 25% fa sembrare la proporzione apprezzabile.

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  14. Io non riuscirei ad arrivare sino in fondo. La vita è troppo breve per sprecarla in letture che non ci soddisfano (come ha detto qualcuno). Una volta pure io volevo arrivare alla fine, ma questo modo di fare appartiene al passato.

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  15. Intanto ciao, è un po' non mi faccio vivo sul blog.
    Devo dire che non sono stupito dalla tua presa di posizione: non hai mai nascosto le tue idee in merito. Come sempre sei schietta e sincera. Super Marina.
    Personalmente non riesco a trovare argomenti sufficenti per schierarmi a difesa degli autopubblicati piuttosto che degli "unti" dall'editore di turno. La mia personalissima statistica propende e tende a favorire i pubblicati dalle CE ma soltanto perché, ovviamente, ne ho letti di più. Posso dire che ho trovato cagate pazzesche tra gli autopubblicati come tra nomi più o meno noti del panorama editoriale. Il self è un mondo relativamente nuovo, quindi mi permetto di rimandare giudizi assoluti.
    Quello della scrittura è un mondo meraviglioso, stancante, difficile, in itinere. Non si arriva mai, ogni volta è l'inizio di una vera e propria avventura. Il successo relativo di uno scritto può essere smentito, stravolto, surclassato dalla pubblicazione di lavori successivi.
    A me scrivere e pubblicare procura forti mal di pancia, che possono essere riconducibili alle famose "farfalle nello stomaco" di quando si è innamorati, piuttosto che alla cagarella di quando si ha paura del fallimento.
    Per me vale la pena correre, magari non si vince il gran premio ma è pur sempre qualcosa. Ci si diverte, ci si mette in gioco, si vive una passione. Capisco però, perché sono innanzitutto un lettore prima ancora che uno scribacchino, la delusione dei tifosi e degli spettatori della corsa. Capisco meno le dita proditoriamente puntate e le smargiassate pubbliche di chi si auto nomina leone da tastiera. Mi riferisco ai blog letterari che parlano di scrittura altrui. Tutti geni? Tutti così colti e preparati? Tutti recensori accreditati da anni di studio e analisi letteraria? Boh! Per fortuna c'è chi si limita a esporre il gradimento piuttosto che la delusione senza metterci il carico da novanta della supponenza, per fortuna.
    Bom, non mi viene in mente altro che in qualche modo possa arricchire la discussione. Oggi sono smontato dalla notte, la retorica vince sempre quando si è stanchi 😐😐😐

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    1. Nella mia valutazione non c’è la pretesa di trovare il capolavoro, ma la delusione di trovare sempre cose non degne di essere considerate buona narrativa (nemmeno ottima, appena buona).
      Ci sono giudizi che si danno da improbabili pulpiti e lo vedo anche su opere di grande letteratura che sono criticate dai grandi sapientoni che dici tu e a me viene anche un po’ da ridere: esprimere un parere personale è legittimo, ma attenzione a come si fa la stroncatura, che a sembrare palloni gonfiati ci si mette pochissimo.
      Tolto questo, però, dico anche che chi scrive e si autopubblica si espone senza credenziali, diventa un suicidio. Se non piaci e hai una casa editrice dietro, puoi sempre dividere la responsabilità del flop con chi, invece, ti ha riconosciuto un valore, ma se sei da solo, se te la canti e te la suoni da solo, devi accettare anche l’opinione del lettore deluso e il lettore deluso ha tutte le ragioni di incazzarsi e sentirsi offeso da tanta poca considerazione: tu, scrittore, ti sei tolto uno sfizio, ma il lettore si è tolto dei soldi dalla tasca e anche del tempo prezioso.
      È anche una questione di rispetto. Il selfpublishing non rispetta la qualità del lettore. Ecco, ne sparo un’altra.

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    2. Ti capisco molto bene, motivo per cui ho scelto la strada tortuosa e difficilissima dell'accreditamento da parte di case editrici serie e rigorosamente non a pagamento. Ovvio che rimango con i piedi ben ancorati a terra e non mi illudo di essere per questo meglio di altri o di scrivere i capolavori che il mondo attende con ansia. Ho avuto il privilegio di leggere autori "self" di gran lunga superiori a molti editi da gruppi editoriali, ma sono pochi e credo che anche tu li conosca come me.
      Diciamo che, come sempre, tutto ruota attorno alle scelte personali e ai gusti individuali.
      Hai lanciato un sasso nello stagno e ti sei messa in una posizione scomoda, questo ti qualifica come persona libera e intelligente. Le provocazioni, quando sono costruttive e stimolano la discussione, sono tra i pochi agi che le persone brillanti si possono ancora permettere.
      Continuerò a leggere di tutto, anche i self, consapevole che talvolta rimarrò deluso, mi godrò quindi ancora di più quelle chicche che mi lasceranno appagato. Nello stesso tempo, arditamente, o forse da incosciente egocentrico, continuerò a scribacchiare esponendo le chiappe alle scudisciate altrui.
      Io credo di aver capito il succo del tuo discorso e non posso darti del tutto torto. Ho voluto soltanto, con i modi verbosi che mi contraddistinguono, sottolineare che spesso molti di noi "pubblicati"( è doveroso mettermi nel mucchio), esistiamo sotto l'egida della botta di culo 😐😐😐

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    3. Essere insicuri sì, ma perché sottovalutarsi anche in presenza di prove che testimoniano una stima e una fiducia nei tuoi confronti?
      Se una casa editrice ti ha pubblicato non è perché hai avuto culo, ma perché la tua opera è stata apprezzata da qualche addetto ai lavori. Per me questo vale di più di un’autocertificazione.
      Poi resta il fatto che io abbia espresso un’opinione personale, non mi sono fatta portavoce di verità valevoli per tutti.

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    4. Non aggiungo altro, sono troppo impegnato a godermi il tepore del brodo di giuggiole 😐😐😐. Grazie Mari

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  16. Giuseppe Grassonelli9 novembre 2017 19:53

    Non sei una stronza, condivido la tua analisi ma non sono pessimista... 13 libri su 52 rappresentano circa il 25%, onestamente mi sembra un buon risultato. Tu conosci meglio di me le difficoltà che bisogna superare per la stesura di un libro quando si fa tutto da soli, la Casa Editrice ti segue passo passo, almeno quelle serie, nel self sei allo sbaraglio e il più delle volte fai tutto da solo e con presunzione. Decisamente tredici è un buon risultato ;)

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    1. Dici Giuseppe? Un buon risultato su 52 faticose letture a perdere?
      Non credo. Vuol dire che la qualità del selfpublishing è bassa, c’è poco da fare. Non rappresento un dato statistico valido, ma ci ho messo una buona parte di esperienza personale e non mi convince più nessuno.

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  17. Sei stata buonissima invece, 13 su 50: tantissimo! I numeri dell'editoria classica sono mooolto più bassi. Le tue sensazioni nel leggere tale robaccia mi hanno fatto tornare in mente le letture dei romanzi candidati a "Io scrittore", un supplizio di cui finalmente mi sono liberata. Lo dico da lettrice, non da scrittrice... non oserei mai ;)

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    1. Per carità, le opere di “Io scrittore”, e chi se le dimentica! Ci sono passata anch’io, ricordi? Ecco, io sono certa che molte di quelle opere scartate vadano a finire nel self. Anch’io sono stata scartata, ma lungi da me: preferisco riflettere sui miei errori che sentirmi scrittrice con un’autopubblicazione.

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  18. Ma chi te lo fa fare? Intendo dire, chi ti ha spinto a leggere una tale mole di autopubblicati, e per giunta sino alla fine? Eroica.
    Questi stralci mi hanno lasciato addosso l'odore della mediocrità, non della scrittura, ma della vita. Il che, cara Marina, è anche peggio. Giusto per dare a Cesare quel che è di Cesare, sei stata molto buona altro che stronza. Tu la stronzaggine non sai nemmeno dove stia di casa... E non è certo un male

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    1. Non mi piace parlare male di qualcosa, almeno non in modo plateale come pubblicando un post così critico e mi vedo stronza perché non avrei dovuto (forse), ma è stato più forte di me. All’ennesimo mio tentativo, non ce l’ho proprio fatta: stop!
      Sai perché ho letto una tale mole di autopubblicati?
      Perché volevo verificare la bontà del mezzo “selpublishing”, perché non volevo parlarne male a priori, perché volevo sporcarmi le mani prima di dare giudizi e ho insistito perché era più forte il desiderio di smentirmi che quello di confermare un mio pregiudizio.
      Mò basta, ho fatto davvero il mio dovere di lettrice coscienziosa. Ho esaurito le riserve! 🙂

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  19. Dall'introduzione avrei detto anche peggio! Tutto sommato una buona percentuale.
    Io di solito sono molto più pessimista, ma non posso basarmi sulle letture fatte, troppo poche.

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    1. Io volevo essere proprio sicura sicura di abbandonare le letture in self senza scrupolo alcuno. Il mio pessimismo adesso è collaudatissimo.

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  20. Tutti a dire che 13 su 52 è buono. Inaspettatamente buono.
    Va mica a finire che, invece che stronza, sei di manica larga? :D

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  21. A differenza di quanto hai scritto su FB, qui sul blog spunta fuori qualcosina in più, ed è ben diverso.
    Ti si potrebbe anche accusare di aver usato un'affermazione click-bait per attirare gente sul blog XD
    Ho letto anche gli stralci riportati, ma tralascerò i commenti relativi.
    Come non farò riferimento a quanto scritto da me su FB, tranne per la premessa, che incollo pedissequamente:
    non vorrei risultare offensivo nei confronti di nessuno, magari un po' provocatorio, quindi armatevi di pinze.

    Veniamo a noi :D

    Come è ormai noto (e se non lo è, sapevatelo lo stesso), una grandissima percentuale, per non dire la quasi totalità, delle mie ultime (e delle prossime) letture arriva dall'enorme bacino che è il self-publishing.
    E non mi posso lamentare, anzi. Analogo discorso per i "non famosi", anche detti emergenti, pubblicati da piccole/medie CE.
    Parlo da lettore "semplice" (come argomentavo da Tenar qualche ora fa nel post riguardante il suo metro di giudizio da lettrice), di bocca buona e privo di qualsiasi conoscenza in merito alle tecniche di scrittura.
    Non penso serva chissà quale attestato di conformità per esprimere la propria opinione personale su una qualsiasi opera, ma certamente non ci si può basare solo sul proprio gusto (su cui, come si sa, c'è poco da discutere). Inoltre non ci si deve dimenticare che non esistono verità assolute.
    Quindi bisogna stare attenti a non prendersi troppo sul serio: in fondo se scriviamo su Blogger e non su tutte le testate giornalistiche e di settore, un qualche motivo ci sarà, no?

    Per venire incontro al tuo essere una rompigliona presuntuosa (wei, calma, l'hai detto tu! :P), ti posso assicurare che anche io sono particolarmente attento specialmente ai maledetti typo (guardare opere sottotitolate ti allena parecchio a rilevarne), ma non solo, e non credo di essere un bastardo impenitente o un tecnico specializzato. Magari sono meno esigente di te, ma dovremmo leggere la stessa opera e poi confrontarci per averne conferma o smentita.

    In risposta a Chiara, di cui condivido solo in parte il discorso, tu affermi:
    me lo deve dire qualcuno che conta qualcosa se ho le capacità
    e mi chiedo: "ok, bello, ma chi conta?"

    La risposta, per me, è: i lettori. Tanto ormai siamo tutti critici d'arte, quindi :D
    E, non mi duole dirlo, si riduce tutto ad una questione di numeri.
    Numeri dai quali, per tua stessa ammissione, bisogna defalcare, in ordine sparso: parenti, amici, amici degli amici, amici blogger e affini.
    (ok, ti concedo di lasciare qualcuno di cui ti fidi, oltre me :P)
    E i motivi sono assolutamente banali.

    (continua, ho superato il limite dei caratteri)

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    1. Prima di concludere (e sento molti sospiri di sollievo :D), faccio un passo indietro e mi permetto di generalizzare con una piccola provocazione.

      È palese che il self abbia dato voce anche a chi non l'avrebbe meritato (ma chi sono io per dirlo?), come è altrettanto ovvio che dietro belle copertine, fascette invitanti, marketing d'assalto e pareri autorevoli (di chi conta, magari) si possano nascondere tavanate galattiche, e lo sappiamo tutti. Però si tende a puntare il dito verso il più "debole": come mai? Paura di sfidare le grandi che ci pubblicheranno e che sicuramente non fanno errori di questo tipo? Non si è sicuri della propria presunta bravura? Si teme la concorrenza? Essendo un esordiente ce la si fa sotto perché sarà quasi automatico essere messo nello stesso calderone? E questo automatismo chi l'ha creato? Guarda... Guarda! Un cane che si morde la coda! Non temete, una bella sponsorizzazione su FB ed è tutto risolto! Se ce lo consiglia zio Mark, non può essere una schifezza.

      E finalmente, concludo con un'ultima banalità.
      La lettura è prima di tutto emozione: se ci facciamo prendere dalla smania di fare le pulci alle virgole, di affermare con certezza che quello "si doveva scrivere in quell'altro modo perché funzionava meglio" e compagnia danzante oltre che cantante, rischiamo di perderci qualcosa... la bellezza spesso e volentieri è nell'imperfezione ;)

      PS: non sono uno scrittore, penso si noti, ma con 'sti chiari di luna, quando e se sarà, mi toccherà inventarmi uno pseudo e non rivelarlo a nessuno :P

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    2. Mozione approvatissima al 120% :-D
      P.S.: e se hai qualcosa da scrivere, scrivila! In qualità di scribacchino dilettante autopubblicato poiché respinto dagli editori posso darti tutti i consigli (in)utili di cui puoi aver bisogno per imbarcarti in siffatta impresa :-D

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    3. Mi è toccato tenerti per ultimo, perché volevo articolare la risposta su tutti i punti che hai messo in campo.

      1) “non esistono verità assolute.”
      Però esistono le verità assolute soggettive. 🙂 Mi sono fatta un’idea, non me la sono inventata, l’ho sperimentata sul campo, ho avuto buona volontà e pazienza e sono arrivata alla mia personale conclusione che nel selfpublishing la quasi totalità delle opere non è buona. Non è buona per me, okay, per i miei gusti, per le aspettative che ho, ma se io rappresento una minoranza che giudica brutto un lavoro ho pur sempre il diritto di sparare a zero su chi per me non è un esempio di buona narrativa e ho il sacrosanto diritto di non pescare più in un mare che, sempre per me, vale come quello di Ostia.

      2) “Okay bello ma chi conta?”
      Come sarebbe a dire chi conta. Chi conta è il lettore? Ma il lettore è il destinatario del nostro lavoro, non partecipa dello stesso durante la sua stesura. Il lettore usufruisce di un bene ed è quello che ne fa le spese se il bene non va bene. È bene avere chiare le idee! 😋 Chi conta è chi può intervenire su un testo, chi ha l’obbligo per professione di migliorarlo, chi può permettersi di proporre un miglioramento; è quello che vede le falle, le mancanze, i limiti, prima che quel testo finisca in mano a un lettore. Chi conta è chi sta dietro, chi viene prima della pubblicazione ed evita che il lettore abbia la reazione che ho avuto io. Se poi anche chi conta non lavora bene, è un altro paio di maniche, ma così rischiamo di confonderci ulteriormente le idee.

      3) “È palese che il self abbia dato voce anche a chi non l'avrebbe meritato”.
      È palese, appunto. Ci sono dei meriti, sì, che nel self vengono ignorati. La paura di sfidare i grandi è di chi si autopubblica e la sua debolezza è in questa convinzione.

      4) “La lettura è prima di tutto emozione”: certo, appunto, eccome. E siccome su 53 letture fatte mi sono emozionata solo 13 volte, mi sono stufata di faticare tanto per rincorrere emozioni.
      Solo una banale, personalissima, scelta di campo.

      Ma se pubblichi tu, Paolo, quel giorno romperò il digiuno. Te lo garantisco! 😉

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    4. Bene, ora mi rispondi pure su FB :P

      Scherzi a parte, torniamo seri per quanto mi è possibile :D

      1) la verità soggettiva è il gusto, condito dalle proprie conoscenze e capacità. Per non essere frainteso, dico subito che esprimere un proprio parere è un diritto inalienabile, non contestavo questo, ma la generalizzazione con le eccezioni. Alla fine avresti potuto trovare un'altra percentuale dopo le tue letture e il discorso sarebbe stato completamente diverso... un po' come il mio :P E sì, le spiagge adriatiche sono meglio di quelle tirreniche :P

      2) qui viene fuori dove la nostra differenza di visione si scontra, che poi è anche la parte che non condividevo del discorso di Chiara. Sicuramente il punto di rottura è proprio in questo punto di partenza, su cui ci sarebbe da scrivere post interi, cercherò di essere sintetico e altrettanto chiaro, al massimo ci ri-chiariamo di nuovo :D Chi conta per voi è un addetto del settore che, a prescindere dai fantomatici attestati, dovrebbe avere l'esperienza per "migliorare" un'opera. Bene, i miei dubbi sono sempre gli stessi: a che titolo? con quali criteri? Qui non stiamo parlando della semplice grammatica, fatto oggettivo, ma di qualcosa che va oltre e che, necessariamente dal mio punto di vista, sfocia nel soggettivo. E non si tratta solo dell'essere bravi o meno bravi o di lavorare più o meno bene. C'è una falla in tutto questo discorso: chi stabilisce cosa è meglio e su quali basi? Probabilmente anche qui è un discorso di numeri e percentuali: il professionista presuntamente bravo inanella una serie di "successi" con il riscontro di chi si è a lui rivolto. Va a vedere che quelli meno presuntamente bravi hanno consigliato "male" o sono andati a modificare una cosa che per noi era perfetta e funzionava bene così com'era. Non so se rendo l'idea. (***metto asterisco qui e faccio esempio poi)
      La mia provocazione sui lettori quali depositari del giudizio è tale perché penso che uno scrittore, oltre a tutte le implicazioni "filosofiche" del caso (dare emozioni et similia), voglia vendere oltre ad essere apprezzato. Si scrive per il pubblico, non per gli esperti di settore. Credo sinceramente poco a chi dice "pochi ma buoni" in questo frangente. Il sogno dello scrittore è piacere a tutti, con il corrispettivo monetario. Poi magari mi sbaglio e c'è chi lo fa per la gloria e basta, chissà.

      (sia dannato il limite dei caratteri)

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    5. 3) Ehi, tu, non fare la furba estrapolando dal discorso solo quello che ti interessa! :D Ti sfido a leggere 52 tomi della collana Romance della Newton Compton e poi ne riparliamo! (sono a rischio denuncia con questa :P)

      4) Ne hai aggiunta una: sono io? :D E la scelta è sacrosanta, ma, nell'era in cui si legge poco e si scrive tanto, non vorrei passasse il messaggio che porta a guardare il cagnolino di cui sopra. E poi non mi piacciono gli assolutismi, penso si sia capito :D

      Prima di dare vita all'asterisco, ci tengo a ringraziare sia te che Ariano per l'attestato di stima nei miei confronti, lo apprezzo davvero. Al momento non mi sento in grado di affrontare un'avventura del genere, anche se mi piace parlarne, un domani chissà ;) Ovviamente un bel Fantasy! Sei d'accordo, Marina? :P

      PS: Ho un'idea per alcuni post sul blog da tempo cui vorrei partecipaste un po' tutti, spero possa interessarvi.


      ***
      Nel campo dell'animazione (quella che conta :P) c'è un problema di fondamentale importanza: la localizzazione, beceramente detta traduzione. Alcune opere di un certo spessore (coff coff Miyazaki coff coff) hanno avuto in passato doppiaggi poco fedeli all'originale, tanto da spingere la casa che se ne occupa a riproporli. Hanno scelto una figura abbastanza famosa nel settore (e non so se farmi vanto dicendo di conoscerla personalmente, visti i risultati :P) che è assolutamente convinta del fatto che la traduzione deve essere fedele a prescindere da tutto. Bello vero? Certo, ma poi sentire parlare una ragazzina in un'epoca dello stra-passato remoto come un guru anziano, beh, lascio a voi il resto. Il lavoro fatto è stato epocale, la casa ha spinto molto supportando detta figura che, pare (sottolineo pare), si sia rivolto direttamente all'autore per avere conferme e benedizione. Un lavoro perfetto! Sugoi! Fantastico! Approvato da chi conta. Vi inviterei a cercare le reazioni del fandom dopo le proiezioni in sala o dopo la visione dei dvd. Sono nate anche simpatiche pagine FB a tema che mostrano i risultati. Non so voi, ma io mi tengo i miei dvd con il doppiaggio (e sottotitoli) "errati", ma quantomeno guardabili.
      PS: in alcune ri-edizioni sono presenti anche i sottotitoli delle prime edizioni... chissà come mai ;)

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    6. Ma così diventa tutto relativo: se a chi ha un titolo contestiamo di avere un titolo, neghiamo qualunque professionalità: la professoressa di italiano dice che sono scecco, a quale titolo? In base a quali criteri? Infatti ci ritroviamo una scuola che impedisce agli insegnanti di fare il proprio mestiere perché se no succede il caos (pure la bocciatura si mette in discussione, adesso)
      Un editore boccia la tua opera perché non la ritiene valida in base alla professionalità che ha acquisito, sei libero di negargliela, ma è una tua contestazione che non può essere una regola per tutti.
      È proprio la mia visione che mi porta a non apprezzare il selfpublishing: il selfpublishing è anarchia. E a me lo spirito anarchico non piace.
      (Ti piace quest’altra provocazione?)

      So bene che ci sono editor e editor: chi interpreta il tuo lavoro in un modo, chi in un altro, ma lì l’autore non deve sottomettersi, è vigile, può anche scegliere di rifiutare la proposta, non ti vincola nessuno se non un rapporto di stima con chi ritieni possa fare bene al tuo lavoro. Non parlo di errorucci, di cadute legate al punto di vista, non mi riferisco alle solite regole di scrittura creativa, parlo di significato della storia, di senso profondo, quello se non c’è si vede, non esiste lettore che non si accorga di mancanze così evidenti, altrimenti non è un lettore attento. Allora mettiamola così: il selfpublishing è il terreno ideale di proliferazione di scrittori per lettori distratti.
      (Ti piace questa seconda provocazione?)

      Scrivine un post, che facciamo prima! 😜

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    7. Non diventa tutto relativo, lo è :P

      Partiamo da questo presupposto.
      Ho capito il punto di partenza che tu (come altri) vuoi esprimere: un autore deve fare di tutto per scrivere un'opera degna. Quindi allenarsi nella scrittura, "impazzire" per le rifiniture, rivolgersi eventualmente a professionisti per finalizzare e contornare il proprio prodotto e così via. E in questo caso mi trovi assolutamente d'accordo. Lo dico per fugare ogni dubbio.

      La mia risposta qui, come anche quella su FB, è atta a esprimere quanto affermato nella prima riga. Un autore può presentare al mondo qualcosa che rasenta la perfezione e sia universalmente (dall'ambiente) riconosciuta come la proposta definitiva, ma venire totalmente schifata dai lettori. Viceversa e casi misti. Vogliamo andare ancora più nel particolare? Basti pensare che la stessa opera perfetta e curata in ogni dettaglio possa essere valutata in maniera diversa e rifiutata da una sola CE. E capita, spesso.
      Sembra mi stia impuntando su questa presunta relatività di visione, beh un po' sì :P ma, da buon ingegnere/matematico, so bene che una cosa è il caso ideale, una cosa il caso reale: anche la variazione di una sola caratteristica del sistema fa sfociare l'ideale nel reale.
      Questo ovviamente non giustifica la controparte, sia chiaro. Non perché esistono i casi reali allora si deve sguazzare nella mediocrità. Ma anche questo penso fosse chiaro.
      Quindi spegniamo pure la prima provocazione, aggiungendo la nostra esperienza con autori self che, con o senza collaborazioni esterne, hanno comunque dimostrato di poter regalarci piccole perle. Non sono né dei geni, né dei miracolati, hanno fatto bene e magari hanno avuto anche un discreto e meritato successo.

      Il discorso sugli editor va a ricadere su quanto detto poco sopra, direi che posso non sbrodolare altro :D

      La seconda provocazione è interessante e ben si collega a quanto già detto, ma apre un altro mondo focalizzando l'attenzione sul lettore e non sullo scrittore, uscendo un po' da quello che è il tema portante. Mi limito ad una battuta: orde di lettori disattenti stanno facendo la fortuna anche degli esperti del settore. Non vogliamo rassegnarci all'idea? D'accordo, ma è la realtà.

      Vedi, Marina, siamo in sintonia sulla maggior parte della teoria, un po' meno sulla pratica. Non voglio farmi portabandiera dell'una o dell'altra causa, ma da lettore (attento? dimmelo tu :P) di entrambe sono conscio del rapporto quantità/qualità odierno. Best seller di qualità o di consumo? Ai novelli autori l'opportunità di scegliere come realizzarsi.

      Per un potenziale post, ci sto pensando, anche se ne ho "assai" di cose in programma (tra cui quanto accennato nel commento precedente), vedremo. E poi ho sempre il mio fantasy in stesura! :D

      PS: ho cercato "scecco", fantastica la spiegazione dell'etimologia del termine!

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    8. È difficile spiegarsi così, ci sarebbe tanto altro da aggiungere per capirsi meglio.
      Se è schifata dai lettori un’opera osannata vuol dire che interviene il fattore “gusto personale”, perché un’opera brutta, scritta male, con delle banalità evidenti, non può essere un’opera riconosciuta universalmente, sarà un’opera dignitosa che, però, piace a pochi.
      “La ferocia” di Nicola La Gioia ha vinto un premio prestigioso, eppure i migliori critici letterari l’hanno stroncata: quella è un’opera che non piace, non un’opera scritta male.
      A me piace avere dei punti di riferimento, non vedo tutto come possibile. Sono io così e vivo la vita in questo modo: nella scrittura significa che non mi sento libera di fare quello che voglio, pur avendo uno strumento che me lo consente, perché mi sembra di non essere corretta con chi darà fiducia a quello che scrivo. Non si può piacere a tutti, ci si prova, ma se devo solo piacere a me stessa no, grazie, non è cosa mia.

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  22. Sono d'accordo con te, punto. Ci sono scrittori precisi e puntuali che investono nel self per cercare di emergere dal calderone di mediocrità, ma non si può apprezzare il mezzo in toto solo e soltanto perché uno sparuto gruppetto prova a fare del suo meglio. Onore a loro, ma le percentuali parlano chiaro.
    Inoltre, in tutta onestà non mi sento di dare ragione a chi dice "Eh, ma anche le grandi case editrici pubblicano schifezze!". Nì. Pubblicano roba che secondo loro può vendere, il che è leggermente diverso. Dietro c'è comunque gente che sa cosa vuol dire fare della scrittura un mestiere, ma che sa anche qualcosa di marketing.
    Proprio in questi giorni mi è capitato sotto gli occhi un libro edito da Rizzoli che su FB continua a uscire tra gli sponsorizzati. Migliaia di like, commenti entusiastici. Sono andata a leggermi l'anteprima su Amazon e sono rimasta orripilata, una cosa di una mediocrità sconvolgente. Eppure sta in classifica. Vuol dire che quelli di Rizzoli non sanno più scovare i buoni autori? No, ne hanno scovato uno che piace, è diverso. E su quel libro hanno lavorato dei professionisti, rendendolo comunque leggibile indipendentemente dai miei gusti personali e dalle mie idee sulla buona scrittura.

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    1. Secondo me Rizzoli è in difficoltà! 🙂
      Se la politica delle case editrici è guadagnare per campare è ovvio che pubblichino tutto ciò che risulta vendibile e dunque è ancora più ovvio che monitorizzino i numeri che ruotano attorno a quel dato autore (followers, commentatori), ma dietro quelle opere sono sicura che ci sia un lavoro, come dici tu, di professionisti: non sono così stupidi gli editori da puntare sul prodotto scadente solo perché gli garantirà una buona vendita. E poi? Che ritorno avrebbero in termini di stima? Non sono sprovveduti. Una casa editrice sprovveduta venderebbe i 39 libri che io ho cestinato. 😜

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  23. Premetto che ho letto solo il post e non i commenti, perché nel tuo blog sono sempre tanti e lunghi e il mio tempo lo devo dividere tra mille blog (e altro).
    Premesso ciò, la mia domanda è: Ma non è sufficiente leggere le anteprime? Un vecchio adagio recita: "Non c'è bisogno di mangiarsi tutto l'uovo per accorgersi che è marcio".

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    1. Quando la curiosità nasce da me è così che faccio e, a priori, scarto l’ipotesi di leggere quando già la sinossi è scritta male. In altri casi, però, parlo con l’autore che mi contatta e accetto di leggerlo a scatola chiusa, come fare una scommessa. Sono persone che approdano in un profilo tw che ho aperto qualche anno fa con un’amica e che ora lei gestisce da sola: ci proponevamo di leggere e recensire autori emergenti. Nelle nostre possibilità abbiamo dato spazio a molti, ma per qualcuno è stata davvero dura. Ogni tanto lei mi passa qualche autore e io ricasco nella trappola.

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  24. Anch'io non ho letto tutti i commenti come Ivano, quindi potrei ripetere qualche concetto già espresso. Secondo me dovresti smetterla di farti del male leggendo autori self, ormai hai provato che la maggior parte di essi scrivono male oppure le storie sono piatte e poco interessanti, quindi perché continuare? Io ho letto diversi libri self, alcuni li ho trovati davvero terribili, altri li ho trovati buoni, però sai qual è la cosa peggiore è che quelli che io ho trovato terribili erano ai primi posti in classifica; uno di questi è stato poi ripubblicato da una casa editrice, uguale uguale, non hanno cambiato neanche la copertina...



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    1. Sì, ormai ho smesso definitivamente, sono più che decisa.
      Capisco che ognuno racconti la propria esperienza: la mia è stata questa ed è di questa che tengo conto. Non mi stupisco se mi dici che una data casa editrice ha pubblicato un romanzo che tu hai giudicato terribile, non so se c’entri il genere, ma nella narrativa non di genere che piace leggere a me non ho mai riscontrato una cosa di questo tipo.

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  25. Ciao Marina, bazzico da qualche giorno sul tuo blog, ma solo adesso ho l'occasione di commentare.
    Io credo che ogni aspirante scrittore dovrebbe andare alla ricerca di "lettori a tolleranza zero", come sottolinei, giustamente tu. Insomma, è chiaro che ognuno di noi sia soggetto a rimanerci male davanti a un parere troppo "crudo"; ma illudersi di aver partorito un capolavoro, solo perché ci si è ritrovati davanti a un lettore che ha indorato la pillola, non è forse peggio?
    Io credo che i giudizi negativi aiutino parecchio a rivedere le parti che zoppicano e andrebbero migliorate
    Ci sta che per ogni autore, la propria opera sia quasi come un figlio, ma bisogna anche essere in grado di mantenere quel minimo di distacco che ci permetta di vederla, anche solo per un attimo, con l'occhio esterno di chi la sta valutando, per il suo bene.

    Un po' come quel professore che reputiamo "odioso" per via di giudizi senza peli sulla lingua, che poi, a distanza di anni, ci troviamo a ringraziare per averci parlato con quella sincerità di cui avevamo avuto tanta paura.

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    1. Ciao Giusy, benvenuta.
      Ah, quegli amari giudizi quanto male fanno all’autostima, ma quanto bene fanno alla scrittura!
      Se si guardasse meno all’autostima e ci si concentrasse di più sull’obiettivo scrittura, non sarei qua a giustificare la mia convinzione sull’inutilita del selfpublishing. 🙂

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  26. per leggerli tutti, suppongo che avrai impiegato molto tempo....quanta pazienza!
    Concordo con l'essere diretti e severi nel giudizio senza usare mezze parole....
    un caro saluto

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    1. È per questo che ho un blog, per animare discussioni. Ho pazienza, ma anche piacere di discutere su argomenti che mi riguardano da vicino. Certo, ho smaltito le risposte in tre giorni... 😁

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  27. Be' intanto complimenti per averci provato e per la perseveranza (io mi sarei annoiata già al terzo o quarto libro), ma alla fine capisco perché rinunci. Non a caso dicono che perseverare è diabolico!

    Io ho avuto la tua stessa esperienza qualche anno fa, quando ho scoperto EFP, un sito per fanfiction. Pubblicavano anche molte storie originali (intendo non fanfiction, storie del tutto inventate dagli autori) e all'inizio ero entusiasta. Ho scoperto molte storie belle ma, devo dire, la maggior parte sono pessime, con tutti i difetti e i problemi che già conosci.
    La logica del sito non è molto diversa da quella dell'autopubblicazione, è gratis e permette a tutti di pubblicare a puntate online.
    L'idea mi sembra molto buona, così come la possibilità di pubblicare da soli, ma si deve tener conto che la forza di questo principio è anche la sua più grande debolezza: se tutti possono pubblicare allora ci saranno molti libri brutti, perché tanti non pensano che sia un lavoro che richiede esperienza e impegno.
    Tuttavia non me la sento di bocciare l'autopubblicazione, non tanto perché ci sono delle perle (le perle vere vengono notate dagli editori, non è Amazon a salvarle dall'oblio) ma perché è un modo di pubblicare che non richiede tanti sforzi e che uno scrittore che non ha velleità artistiche può utilizzare per divertimento.
    Mi riferisco a tutti coloro che scrivono per svago e sanno che non hanno fra le mani un capolavoro, ma nel tempo libero scrivono, correggono e pensano che sia un peccato che l'opera rimanga nel cassetto. Non vogliono per forza farci dei soldi, non desiderano essere scrittori, ma semplicemente gli piace il contatto con il piccolo pubblico che possono trovare.

    Con un po' di fortuna la "febbre dello scrittore" sparirà, e tutte queste persone che pensano di aver scritto un best seller e che gli editori non lo capiscono, smetteranno di esistere. O di scrivere.

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    1. Lo scrittore guarirà dalla sua febbre e sarà il lettore ad ammalarsi. 😂
      Se per il divertimento di qualcuno deve farne le spese un povero lettore sprovveduto che invece non vuole divertirsi, allora il selfpublishing è proprio una iattura. Ma cos’è, un parco giochi? 🙂

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  28. sono una che corregge il congiuntivo anche alle persone che non conosce perfettamente... tu figurati quando leggo come sono!

    ben venga il tuo essere a tolleranza zero

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  29. Ti capisco, anche io scrivo recensioni ed ho a che fare con autori emergenti. Il problema è che in tanti scrivono ma in pochi leggono... e la sana lettura di ottimi testi è la migliore insegnante possibile.
    Mi hai fatto sorridere! ;-)
    Buona serata.

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    1. Ciao Mr. Loto. Grazie per avere dato il tuo contributo in una discussione che prende di mira l’emergente che si autopubblica. Ho visto le tue recensioni nel blog: sono complete e molto dettagliate (avevo sentito parlare di “Apnea” di Amurri, poi ho scelto di non leggerlo.) Io mi limito a dare un’impressione generale oppure a condividere le pecche quando le trovo e sono evidenti. Mi dispiace per certi scrittori, perché sono convinti e sperano di fare bella impressione, poi vengono a bussare alla mia porta e io non sono brava a dare stellette immeritate.

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  30. Una percentuale alta di ciofeche autopubblicate credo sia inevitabile. D'accordo che gli editori non hanno la verità in mano nel giudicare i testi che ricevono, ma almeno fanno da filtro. Senza una prima scrematura, altro che la pazienza ti serve... ;) (Scusa, ma... e se l'autore capitasse sul tuo blog? E' cosa impossibile, oppure non te ne cale?)

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  31. @grazia la tua curisotià è la mia.... Ma Marina ha fegato... :)

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    1. @Grazia @Elena
      Vi spiego: ho questo profilo su twitter che divido con una mia amica. Dovrei parlarne al passato, perché non ho più il tempo di occuparmene così adesso a gestirlo è soltanto lei. Lo scopo dell’account è quello di mostrare una vetrina di opere esordienti, contribuendo alla loro diffusione tramite lettura e citazioni tratte dai testi.
      Ci scrive questo autore e la mia amica prende in carico il suo romanzo. Lo faccio anch’io pensando possa valerne la pena (su Amazon le recensioni sono tutte positive). Lui, a fine lettura, ci ha chiesto un riscontro e sempre la mia amica privatamente glielo ha dato. Ho chiesto a lei di farlo perché è più morbida e meno drastica. Io ho detto la mia qua, ma l’autore non sa chi sono e sarebbe proprio un caso se venisse a trovarmi da queste parti. Se così fosse, non avrei problemi a parlare direttamente con lui. 🙂

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    2. Su questo non avevo dubbi, ma la situazione mi aveva incuriosita... per esempio mi domandavo se qualcuno sarebbe venuto a cercarti con un forcone in mano, stile Shrek. ;)

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    3. Cara Grazia, lo ammetto: c'è stato un momento prima di premere il tasto “pubblica” del blog in cui mi sono detta:”sei matta, ma cosa stai facendo!” Mi sono vista circondata da forconi! 😂

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  32. Spero di appartenere ai 13 e non ai 39... :P
    Comunque devo (in parte) dissentire col messaggio di questo post. E' probabilmente vero quanto sostieni, ma non è che l'editoria classica sia certezza di qualità. Trovi anche lì un sacco di schifo, meno certamente, ma ne trovi.
    Esempio. Ieri sera ho letto un albo di Dylan Dog, un tempo considerato il miglior fumetto italiano. La storia non era male (rispetto agli aborti proposti negli ultimi anni), aveva il suo perché, però c'erano numerosi buchi di sceneggiatura e robe lasciate senza una spiegazione, do alcune la potevi intuire (o meglio erano lasciate alla tua immaginazione, ma molto lasciate), alcune semplicemente mollate lì così, se non addirittura appiccicate con lo sputo, e altre ancora erano persino contraddittorie.
    E' vero che l'editore fa da filtro contro lo schifio, però si deve tenere presente che è un filtro con maglie troppo spesse, dove molte cose interessanti poi non riescono a passare, tanto che vengono preferite le cose sicure da un punto di vista commerciale (libri di personaggi già famosi, autori stranieri già consolidati, libri di cucina o di comici).

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    1. Sai dov’è l’errore che si fa spesso quando si leggono articoli come questo? Pensare che si voglia denigrare il selfpublishing a tutto vantaggio dell’editoria tradizionale. Sì, io parto sempre dal presupposto che sia meglio l’editoria tradizionale, ma qui volevo solo denunciare l’ennesimo fallimento di una mia lettura self.
      Poi penso che si possano fare esperienze diverse a seconda dei generi letterari, magari il deficit è maggiore nella narrativa mainstream, a sentire colleghi blogger che hanno letto belle cose in altri settori che però io non frequento. Così nell’editoria classica, posso scommettere sulla bontà di novantanove prodotti su cento ma sempre del genere che leggo io. Qui tu fai riferimento a un fumetto che segue, immagino, logiche diverse, dove la storia deve andare al passo con i disegni e tutto è raccontato per immagini e didascalie.
      I libri di cucina possono non essere di mio gradimento, ma essere scritti bene, così il romanzo della velina, scritto spesso da un ghostwriter che vuoi che non provi a scrivere in un certo modo prima di presentarsi per la pubblicazione?

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    2. Certo, io ho capito l'intento del tuo articolo, ecco perché ho detto che solo in parte dissento, perchè poi mi trovi d'accordo sulla linea generale.
      Concordo sul fatto che nessuno di noi ha una visione completa sia di editoria tradizionale che self, perché è ristretto nei generi che consuma di solito e quindi giudica quelli, perché come anche dici tu non si può far di tutta l'erba un fascio.
      Ti potrei dire che il peggior libro su cui abbia avuto la sfortuna di mettere le mani è editoria tradizionale ed era un fantasy (era una roba al cui confronto Volo è un premio Nobel).
      Il libro di cucina per me resta un po' una scelta "di comodo": non dico che non possa essere scritto bene, anzi, ma rappresenta una scommessa vinta in partenza: il libro della Clerici e della Parodi sono già lanciati di suo, non c'è nessuna scommessa. Una mia amica ha scritto due libri di ricette andandole a pescare nella tradizione piemontese, inseriti in una cornice fantasy (uno le ricette degli elfi, l'altro degli orchi); l'ha pubblicato con un piccolo editore (che peraltro non le ha nemmeno versato i diritti), perché a un grosso editore non ci sarebbe arrivata non essendo un nome.
      Ultima considerazione. Lei si è divertita un mondo a scrivere questi due libri; molto spesso ci si dimentica questa piccola grande verità: scrivere è divertirsi.

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    3. Piccolo, ma editore. Non farà grandi numeri, certo, ma è pur sempre una soddisfazione:la tua amica si è divertita e lo ha fatto bene se le sue ricette sono piaciute a chi l’ha pubblicata. Certe volte bisognerebbe pure accontentarsi e avere la pazienza di sapere costruire.

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  33. Oddioo, mi hai fatto scompisciare 🤣🤣🤣sono stronza anche io! 😳
    Il punto rimane sempre quello, mia cara e adorata Marina, tutti possono scrivere ma non tutti si possono classificare scrittori. Ovvero, io posso anche scrivere e provare un piacere immenso nel farlo, ma non posso costringere un intero pubblico a leggermi se effettivamente non possiedo talento e se questo talento non è stato in qualche modo affinato.
    E se devo parlare per esperienza personale, ho sempre temuto di sottoporre le mie povere cose ad un giudizio ufficiale perchè non sono mai stata certa di possedere ambedue le cose. Tuttavia, se mai decidessi di farlo, credo proprio che prima farei passare un eventuale scritto da te 😋 le tue critiche mi paiono giuste, motivate ed oserei dire condivisibili appieno.

    Ti abbraccio!

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    1. Io ho già avuto modo di apprezzare le cose che scrivi, quindi, quando vuoi, sono a disposizione.
      Però, tu pure... Ci sono persone che non guardano in faccia a nessuno e si autopubblicano con estrema disinvoltura e tu non ti proponi nemmeno. DEVI PROVARE! 🤗

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  34. Le recensioni su Amazon? Io acquisto di tutto su questa piattaforma e ormai so distinguere bene le recensioni sincere da quelle costruite ad arte... Sapevate che c'è u mercato delle recensioni?

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    1. È pazzesco. Scrivine, così allarghiamo la discussione. Vedi? È tutta una confusione: non ti aiutano nemmeno le recensioni.

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