giovedì 31 gennaio 2019

Fuck you, I won't do what you tell me



Dentro l’armadio c’è una fila di tailleur. Ogni mattina ne tiro fuori uno e lo stendo sul letto, il massimo che faccio è abbinargli un foulard colorato, giusto per ravvivare la sobrietà che mi obbligo a indossare. È la divisa con cui vado in Tribunale, capelli raccolti e tacchi ai piedi: esibisco il marchio di avvocato vestendomi con poca fantasia, la valigetta in pelle appesa alla mano, che non oscilla, mentre cammino e la presa solida, volta a  sottolineare l'importanza del bene tutelato là dentro, fatto di carte su cui lavoro giorno e notte per essere all'altezza del mio ruolo.
In aula, poggio i fascicoli sul tavolo con determinazione,  ho il piglio risoluto, lo sguardo severo. Devi incutere timore in udienza, mi dico tutte le volte, un attimo di cedimento, una parola balbettata, un’espressione smarrita ed è la fine: la scarsa dimostrazione di professionalità e il conseguente riconoscimento di un indice di debolezza può costarti la carriera e declassarti al rango di “avvocaticchio”, termine che sento spesso in bocca ai colleghi e che detesto per la carica di pochezza e disprezzo che porta con sé.
Dieci anni di professione libera mi hanno insegnato che la credibilità di un avvocato poggia sull’apparenza, prima che sulla preparazione giuridica.
La scelta è caduta sul tailleur grigio antracite, annodo al collo un foulard di seta chiaro: aspetto da anni la conclusione di questo processo e non voglio addosso colori mentre oggi,  in udienza, difendo il mio cliente. La violenza domestica è uno spettacolo in bianco e nero. 

Il brusio cessa quando in aula entra il giudice. Di fronte a me una donna, stretta dentro un abito di maglina che ricalca la sua magrezza, slabbra le maniche allungando i polsini fin sopra le mani serrate a pugno. Ha gli occhi che bucano il pavimento e l’espressione ostile. Quando alza lo sguardo su di me, io non restituisco alla sua fragilità la comprensione: in lei vedo solo una tesi da smontare a favore del marito che difendo dall’accusa di maltrattamento.

Torno a casa nel pomeriggio. Mollo la borsa da lavoro in un angolo dell’ingresso, slaccio il cappio al collo di seta, mi tolgo le scarpe. I piedi scalzi non fanno rumore sul pavimento, ma io raggiungo la stanza da letto camminando lo stesso sulle punte: mi sembra di contribuire al silenzio che mi è piombato dentro, dopo l'ultimo abbraccio di chi mi pagherà la parcella. Abbasso a metà la serranda, voglio che la luce di fuori smorzi il colore delle cose che mi circondano, così tutto diventa opaco e io posso confondere le mie ombre con quelle che si formano attorno a me. 
Il giudice ha accolto le mie istanze. 
Accendo lo stereo. Alzo il volume. La chitarra elettrica dei Rage Against the Machine irrompe nella camera. Davanti allo specchio vedo una macchia in tailleur grigio scuro, lo chignon che nemmeno il caos dei pensieri ha scombinato e ho voglia di graffiare il vetro, per deformare l’immagine che l’esteriorità salva e la coscienza condanna. Via questa cornice di capelli dalla mia testa, via questa tenuta da paladina dell’art. 24 della Costituzione italiana: ho garantito a un uomo il diritto inviolabile alla difesa e a una donna quello di odiarmi per il resto della vita. 

Sono in mutande e canottiera ora - chissenefrega - non devo rendere conto a nessuno del disordine mentale che mi assale quando il mio successo professionale cala macigni su rimpianti e sensi di colpa. La musica è un drago che ingoio respirando le note e mi scateno e brucio di rabbia perché io sono tutto quello che mai sarei voluta diventare e ho trentacinque anni e non posso più tornare indietro. Killing in the nome of ... i pensieri mi scivolano alle caviglie e poi sotto i piedi, li calpesto con tutta l’energia che ho dentro e ogni salto è feroce, grido le strofe insieme al cantante, sfrenata come la lingua che costruisce attenuanti, il corpo si muove senza regole contro le regole che hanno vinto sulle paure di una donna indifesa. Now you do what they told ya la pelle suda tossine, il cervello invoca l’anarchia, abituato a partorire sempre idee ordinate: bere fumare fare tardi la notte amare liberamente e non avere rimorsi. Io odio la mia vita. 
La musica mi sbatte dentro i timpani il suono di verità che tengo per me e, nonostante tutto, continuo ad amarle, quelle verità soltanto mie. L'assolo di chitarra mi scaraventa in un vortice in cui libero i pensieri e sono finalmente me stessa: fanculo l’educazione ricevuta, le ali compresse sotto i vestiti, i sogni hanno corsie invase da desideri altrui, non mi dà niente questa vita che ho fatto finta di scegliere, famiglia casa chiesa, a scuola buoni vuoti, corteggiatori figli di papà, musica classica concerti di pianoforte e violino, teatro, feste di laurea, vestiti da trecento euro, parrucchiere ogni mese, borsa e scarpe firmate... killing in the name of... avvocato in carriera, sei perfetta, ma io muoio dentro. Io. Muoio. Dentro. E la mia tomba è l’armadio pieno di tailleur, è la valigetta con i fascicoli da archiviare, è la fiducia dei clienti, è il rumore che fa la porta dell’aula giudiziaria quando me la chiudo alle spalle, è il trionfo dei tacchi mentre scendo le scale, è il caffè offerto dal collega con il sorriso da pescecane. 
Fuck you, I won't do what you tell me... non ho mai voluto provare a stare in equilibrio sulle punte di gesso... Fuck you, I won't do what you tell me... non ho mai avuto la grazia del cigno, io. Fuck you, I won't do what you tell me... sono una leonessa che si esibisce chiusa dentro una gabbia da circo.  


Ho fame d’aria, il ritmo cardiaco è scandito dall’affanno. Allargo i polmoni accovacciata sul pavimento, li gonfio aspirando l’ossigeno della stanza mescolato al vapore stagnante di sudore e fiato. La fine della canzone crea una sacca di silenzio in cui rimango per qualche minuto, con i timpani che fischiano ancora e la testa svuotata.
Recupero il respiro lentamente. Afferro gli stracci che ho abbandonato per terra, gli restituisco la dignità di abiti adagiandoli sul letto. Incastro i capelli dietro le orecchie. Spengo lo stereo. Accendo la luce. 
Mi aspetta una doccia calda, prima della cena.




23 commenti:

  1. ho letto tutto d'un fiato..
    sei riuscita a farmi immedesimare in questa non-vita che non so se è autobiografica o di fantasia..
    un pathos crescente...e poi la fine.
    rigorosa.spietata.

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    1. Quando qualcosa nella mia vita non andava - ero più giovane - quando ero giù di morale o nervosa o insoddisfatta, mi chiudevo nella stanza, accendevo lo stereo e con la musica a palla ballavo fino a svenire, quasi. Che liberazione!
      Questa canzone, scelta per il racconto, è una di quelle con cui mi sfogavo più volentieri.
      Hai mai provato?
      C'è un po' di verità, in quello che narro e un po' di fantasia: ho mescolato ricordi, suggestioni e la voglia di sfogare uno stato d'animo, perché prima mi scatenavo a volume alto, ora scrivo in silenzio.

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  2. Neanch'io ho capito se è un tratto autobiografico (verosimile visti i tuoi trascorsi professionali) o fantasia, o magari una via di mezzo. Comunque molto d'impatto, sì. Mi sono sempre chiesto come facciano gli avvocati che difendono imputati rei confessi (o colti in flagrante) di crimini odiosi. Da un lato capisco che è giusto che anche loro abbiano diritto alla difesa legale, dall'altro mi dico che se fossi io a doverli difendere, declinerei. Non è giusto, lo so, ma io non ne sarei capace.

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    1. Questo è uno dei motivi che mi ha spinto facilmente verso la scelta che ho fatto e che non ho mai rimpianto. La difesa è un diritto che va garantito a tutti, il mio avvocato non faceva che ripetere a noi, giovani praticanti, che il cliente va ascoltato senza pregiudizio, qualsiasi cosa dica la sua parola non va indagata e questo può diventare una fregatura, perché significa che se assumi la difesa di chi è accusato di qualcosa, devi trovare il modo di portare il giudice a credere alla verità che ti racconta il cliente. Ci vuole distacco e fegato: a me, a un certo punto, sono venuti meno entrambi.

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  3. Una donna alla svolta con la sua vita o in caduta libera verso la depressione che il lavoro le porta? Molto efficace comunque, brava.

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    1. Grazie, Nadia. Sto sperimentando il potere dell'immedesimazione totale in un personaggio, anche se mi ha aiutato un pizzico di verità. Sto ragionando sul fatto che non si può essere viscerali se, anche solo un minimo, non conosci ciò di cui stai parlando.

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  4. Amica mia, Tu sei nata per Scrivere. Oggi lo penso più di tutte le altre volte.
    Se fai anche l'avvocato, lo disconosco. Anche fosse - o non fosse - per il tempo della narrazione, siamo stati tutti del mestiere a bruciare di rabbia insieme alla protagonista...

    Mi piace da impazzire come usi la focalizzazione interna.

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    1. Devi sapere, cara Irene, che ogni volta che decido di pubblicare un racconto vivo una specie di sconquasso interiore: perché mi espongo al giudizio, perché mi espongo io, con una storia che tutti associano inevitabilmente a me, dunque sappi che quello che dici riduce il mio disagio, anzi lo abbatte proprio, il che non può che rendermi felice.
      Volevo trasmettere una sensazione e se qualcuno mi dice che ci sono riuscita, beh, il mio sorriso si allarga...
      Grazie. ^_^

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  5. Immenso brano!!!
    Non sono avvocato ma son donna e forse riesco a capire lo stato d'animo di lei, avvocato di successo ma donna che forse non si apprezza fino in fondo perchè è divenuta grande professionista alle spalle della sua morale.
    Una donna che forse sta crollando però, quasi sulla soglia di una depressione. La vita da brava ragazza prima, (amata al'epoca? chissà!) ma ora quasi detestata.
    SEi bravissima"!!!

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    1. La breve storia racconta esattamente questo. Grazie, Pat, per averne colto il significato. <3

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  6. Cara Marina, un brano molto intenso. Con la tua scrittura limpida sei riuscita a trasmettere le sensazioni della protagonista. Bravissima!

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    1. Non ci crederai, ma ho apprezzato particolarmente l'aggettivo "limpida" del tuo commento, perché spesso temo di non esserlo quando scrivo.
      Grazie mille.

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  7. Un racconto intenso, mi hai fatto sentire tutte le sensazioni della protagonista. Bella l'immagine della leonessa che si esibisce chiusa in una gabbia da circo, rende bene l'idea e il dolore.

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    1. Questa è una frase che ho scritto d'impulso, ha un significato per me; quando ho revisionato il testo la tentazione è stata di cambiarla o eliminarla, ma poi mi sono detta che è sciocco pensare sempre al lettore e a come giudicherà e l'ho lasciata così com'era.
      Dunque sono contenta che l'immagine ti abbia colpito.
      Grazie. :)

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  8. Mi sono gustata questo tuo racconto (brano?) in un'ora buca a scuola, nel silenzio della sala prof. E ho riflettuto sulla tua scrittura, che è limpida, come dice bene Maura. È efficace, pulita. Poi quando riusciamo a vederci ti dirò anche ulteriori osservazioni.
    Il segreto di una scrittura che può dirsi "buona" sta tutto nel lavorare per sottrazione, e questo tema forte, toccante per certi aspetti, richiama a sé una scrittura appunto senza fronzoli, immediata.
    Insomma, Mari', si' brava. Braverrima. :)

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    1. :) Luà, grazie. Per me la tua opinione è preziosa.
      In un racconto di poco più di mille parole ho fatto un lavoro che speravo risultasse buono ed è incredibile quanto lo abbia letto e riletto per togliere enfasi, senza fargli perdere il suo significato. Mille parole, neanche un racconto di lunghezza classico, pensa a quanto difficile sia concentrarsi su un progetto più ampio.
      Ma che "mestiere" ci siamo scelti! :D

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  9. Non posso scrivere perfetto, quindi dirò che è "difficilmente migliorabile". La tua protagonista ha un che della cara vecchia Ally McBeal, qualcuno se la ricorda?
    Parecchi anni fa, in un'ora di calma al seggio elettorale per qualche referendum che non interessava a nessuno, ebbi da discutere animatamente col maresciallo dei carabinieri lì come ufficiale di guardia sulla legittima difesa. Lui terminò con un "Per fortuna che non hai fatto l'avvocato!" Gli risposi: "Con i miei ideali, sarei morta di fame. O mi avrebbero sparato fuori dall'aula..." ;)

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    1. Ho adorato Ally McBeal, non me ne perdevo una puntata. :)

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    2. Lo vedevo e mi piaceva un sacco. Lei, l'attrice, mi piaceva moltissimo!
      Comunque, è vero che ci sono professioni che non possono essere esercitate da chiunque, cioè non basta lo studio o una generica passione per il diritto: fare l'avvocato è proprio una scelta di coscienza. Anch'io avevo spesso discussioni con dei colleghi che forse avevano l'atteggiamento giusto, ma erano lontanissimi dal mio sistema di valori e di giudizio e Io, cara Barbara, ho fatto in tempo: me ne sono scappata prima di farmi sparare! :)

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  10. È stato molto piacevole leggere questo racconto e immediata l'empatia con la protagonista. Credo che in ogni lavoro ci siano compromessi a cui sottostare; in alcuni, l'impatto è più violento perché chiama in causa i nostri valori. Che dire... Sono felice di non essere avvocato!😜

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    1. Ho avuto anche esperienze belle, in cui la difesa ha comportato un'adeguata attribuzione di criteri di giustizia, in alcune cause andate a buon fine. Lì la gratificazione è tanta e ti ripaga del buon lavoro svolto; in teoria, anche nel caso sopra narrato, un avvocato dovrebbe portarsi a casa la soddisfazione della vittoria, perché questo accresce la sua fama e anche il suo orgoglio. In teoria...
      Per chi sa farlo nel giusto spirito la professione di avvocato è bella, ma spesso a me è mancato quello spirito.
      Grazie di essere passata, Iara.

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