Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 15 dicembre 2015

Scrivo come nuoto


Io nuoto.

Nuoto da quando avevo dieci anni.
Ho imparato a stare a galla e ad allungarmi nell'acqua, a fenderla con il movimento regolare e bilanciato di gambe, testa e braccia. Ho assecondato un istinto naturale che prima si è manifestato con un generico interesse verso questo sport, poi ha plasmato un'autentica passione che dura ancora adesso. 

Da bambina ero attratta dal mare e ogni estate, durante le vacanze in campeggio, mia madre mi tirava a forza fuori dall'acqua con le labbra viola e le mani raggrinzite: volevo nuotare e quando non c'era mio padre a spiegarmi cosa fare, provavo da sola. 
Osservavo quello che facevano gli altri, registravo ogni loro mossa: 
- il braccio fa un giro dentro l'acqua, poi riemerge;
- contemporaneamente la testa ruota a destra e prende aria;
- il braccio si inabissa ancora flettendosi davanti a sé. 
Facile!
Invece non lo era, perché vederlo fare agli altri era un conto, provarci un altro. I primi tempi sbagliavo tutto: tenevo la testa alta, piegavo troppo le braccia e i piedi sbattevano fuori dall'acqua generando enormi schizzi inefficaci e anche brutti a vedersi.
Il risultato era un inutile affanno con uno spostamento di pochi metri.
Ma io volevo nuotare, volevo raggiungere lo scoglio che ogni giorno catturava la mia attenzione dalla spiaggia: lo vedevo lontano, irraggiungibile e perciò lo avevo trasformato in un traguardo.
Mio padre, a nuoto, arrivava fin lì e io, tutte le volte, gli dicevo che volevo andare con lui, se lui mi avesse insegnato come fare.
Mi serviva un occhio esterno che correggesse i miei sbagli, che vedendomi dall'esterno riuscisse a individuare i punti deboli e a guidarli verso una perfetta resa.
Mio padre mi spiegò come andava gestita la coordinazione della testa con le braccia: non volevo mica nuotare nel modo di tutte le persone che non sanno farlo! A spingere le braccia ad arco insieme alle gambe non ci voleva niente, non era lo stile a rana, però, che volevo imparare: a me piaceva lo stile libero. 
Riuscii a rompere la superficie dell'acqua tenendo bene in linea busto e testa e le braccia seguivano un movimento regolare e costante.
Imparai a respirare, a ruotare i fianchi, a spingermi nell'acqua con le gambe ben tese e parallele.
Alla fine, conquistai lo scoglio: testarda e tenace, riuscii persino a strappare a mia madre il consenso per spingermi fin lì con mio padre e, poi, negli anni successivi, anche da sola.
Da allora, ogni volta che vado in un posto di mare, prendo di mira una mèta distante, indosso i miei occhialini e la raggiungo a nuoto. 
So vivere il mare solo in questo modo.
E la piscina mi ricorda tutto l'anno quanto sia bello.

Perché ve l'ho raccontato? 
Perché mi è venuto in mente di azzardare un parallelo con la scrittura.
È di questa che ci occupiamo, no?

Rileggete:

Io scrivo.

Scrivo da quando avevo dieci anni.
Ho imparato a raccontare i miei pensieri, a coltivare la fantasia vestendola di parole scritte.
Così ho assecondato un istinto naturale che prima si è manifestato con l'abitudine di sfogarmi scrivendo un diario personale, poi ha plasmato un'autentica passione che dura ancora adesso. 
Da bambina ero attratta da carta e penna e, tutte le volte che potevo, mi chiudevo nella stanza per raccontare qualcosa, rinunciando a qualsiasi altro diversivo chiesto alla mia età.
Leggevo e osservavo quello che altri autori scrivevano, memorizzavo il loro stile per formare il mio: bastava mettere a frutto un'idea e il gioco era fatto.
Facile!
Invece non lo era, perché vedere come operavano i veri scrittori era un conto, provare a imitarli un altro. I primi tempi sbagliavo tutto: 
- mi dilungavo nelle descrizioni;
- non mettevo bene a fuoco storia e personaggi;
- scrivevo al posto di po' e apostrofavo le vocali maiuscole anziché accentarle. 
Il risultato era un' inutile perdita di tempo e poche pagine da cestinare.
Ma io volevo scrivere un romanzo, volevo vedere il mio nome dominare sulla copertina di un libro: vedevo il sogno lontano, irraggiungibile e perciò lo avevo trasformato in un traguardo.
Ma era necessario che qualcuno mi insegnasse?

Esistono regole e tecniche per riuscire a nuotare, esistono regole e tecniche per migliorare la scrittura.
Posizione di corpo e testa nel nuoto, giusti preliminari nella scrittura; coordinamento di movimenti nel nuoto, coordinamento di idee nella scrittura; esercizio, tanto, e costante allenamento nel nuoto, esercizio, tanto, e costante allenamento nella scrittura.

Un occhio esterno certamente aiuta, interviene per correggere gli errori di battitura e notare tutti quei punti deboli che l'autore, invece, non pensa di avere perché non sa individuarli. 
Non volevo scrivere nel modo dozzinale di tanti che non sanno farlo.
A elaborare una storiella con una trama e qualche idea messa a frutto non ci voleva niente, non era lo stile piatto e banale di molta narrativa spiccia che volevo imparare: a me piaceva la letteratura.

Non so dire se, alla fine, ci sia riuscita, a scrivere come so nuotare. Non so se la fluidità che ho maturato nel fendere l'acqua sia anche una caratteristica della mia scrittura. Però io ho conquistato il mio traguardo: ho scritto un romanzo che mi ha spianato la strada verso l'elaborazione di nuove mète da raggiungere e adesso, ogni volta che credo nell'obiettivo che mi pongo, fisso da lontano il punto di arrivo, afferro carta e penna e scrivo.


Se potete, non rinunciate allo sport! 

34 commenti:

  1. Giustissimo! Ma è mète o méte? :-)

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  2. Mi piace molto questo post! Io ho praticato per anni mezzofondo e ancora mi diverto a correte. Trovo spesso analogie tra la corsa e la scrittura, anzi sono anche legate da rapporti causa/effetto. Quando corro mi vengono le idee migliori per le storie!

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    1. :)
      Vero! Questa è una cosa che riscontro anch'io mentre nuoto: l'acqua, il silenzio, il ritmo del movimento sono spesso di grande ispirazione. La cosa bella è, per me, riuscire, poi, a ricordare quel guizzo creativo che non posso trascrivere nell'immediato.

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  3. L'approccio è il medesimo per ogni passione :-D
    Io sono andato in palestra per anni, ma da altrettanti anni ho smesso. Però mi piace molto camminare. Ogni volta che posso lascio la macchina parcheggiata e uso le gambe per spostarmi. In estate, durante le vacanze, anche la bici insieme a mia figlia :-)

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    1. Bello! Andare in bici era una cosa che mi piaceva fare nella mia ex città (ormai la chiamo così!). Poi, il mio problema al menisco ha messo un punto alla cosa. Peccato!

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  4. Io sono anti-sportiva per eccellenza. O meglio: ho praticato diversi sport nella vita, ma mai con continuità e mai a livello agonistico. C'era un periodo, ai tempi del liceo, in cui ogni giorno facevo un'ora e mezzo di corsa: mi sono provocata una frattura da fatica alla caviglia (in quel periodo avevo disturbi alimentari) e ho smesso. Ho fatto palestra per anni e diversi sport. L'unica disciplina che mi affascina è il pilates, ma non so se possa considerarsi uno sport, in quanto non è competitivo. Ogni esercizio va fatto mantenendo una posizione a C, con l'addome contratto e il corpo in bilico sulle lombari: i movimenti si articolano su questo perno. La mia scrittura è uguale. Ha dei punti fermi che, come la posizione base del pilates, non cambia mai. Tutto ciò che decido di aggiungersi si costruisce dalle fondamenta.
    Inoltre, con il pilates non versi una goccia di sudore, ma alleni ogni muscolo del corpo. Se un movimento provoca dolore, è sbagliato.
    Allo stesso modo, scrivere non mi costa fatica. Se mi sento stanca, vuol dire che qualcosa non va: sono nel mentale forse, oppure la scena di cui mi sto occupando non riesce a pungolarmi come dovrebbe. Allora, mi devo fermare. Devo ritrovare la mia posizione (nel reiki la chiamano "centratura") e ripartire. :)

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    1. Brava, hai trovato un perfetto parallelismo anche tra pilates e scrittura, e chissà quanti possono venirne fuori con altri sport.
      Io nuoto, ma non ho mai partecipato a una gara.
      Quando ero piccola ero inserita nel programma di preagonismo, poi ho capito che la competizione non era una cosa che mi caricava di adrenalina, ma mi stressava (la famosa ansia da prestazione!) e ho smesso di gareggiare.
      Io nuoto per rilassarmi e per lo stesso motivo scrivo. Uno sport che aumenti l'ansia sarebbe una contraddizione! :)

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  5. Leggendo il titolo per un attimo ho pensato a una citazione del post di Helgaldo su Fabio Volo e i commenti che ne sono derivati...
    Invece parlavi proprio del nuoto come sport!
    Interessante, in effetti ogni attività sportiva richiede una tecnica: nuoto, corsa, sci e altri. C’è però anche una dose di estro personale oltre che di allenamento e perseveranza, se ci pensiamo anche nella scrittura serve tecnica, magari un pizzico di talento, creatività, determinazione. A pensarci bene le similitudini con lo sport ci sono tutte. Io ho sempre ammirato le persone che sanno nuotare (io ho paura dell'acqua alta) quindi non nuoto ma galleggio in modo maldestro solo in piscina :)

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    1. Hai ragione, l'estro esiste anche nel nuoto ed è la capacità, dopo avere appreso le tecniche base dello stile, di personalizzarlo. Mi è venuto facile associare lo sport alla scrittura. Nel nuoto sono più rigorosa rispetto a quando scrivo; qui, mi piace sperimentare formule nuove, lì mi metto a centro vasca e parto. Solamente questo.

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  6. Originale il tuo parallelo, potrebbe anche diventare il nucleo di una narrazione. Andara sempre più dove l'acqua è profonda, facendo il minimo sforzo. Nascondendo la fatica, muovendosi con stile. Si parla di stile sia per il nuoto sia per la scrittura.

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    1. "Andare sempre più dove l'acqua è profonda, facendo il minimo sforzo... con stile". Una sintesi perfetta.
      Slogan: stile libero, libero nello stile: coniuga bene le due cose, non trovi?

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  7. Mi sa che anch'io scrivo come nuoto. Non ricordo quando imparari a nuotare, sono sempre stato al mare, probabilmente avevo meno di due anni, ma in realtà non l'ho mai fatto in modo sistematico. Ho fatto per un po' di anni un corso di nuoto, ho raffinato gli stili, so nuotare meglio della media, so fare anche qualche bracciata a delfino, ma i 50 a stile li faccio in quasi un minuto. Non ho mai acquisito una vera acquaticità, quella si apprende da bambino, non so spingere con le gambe, ma sopperisco con la forza della bracciata, quella non mi manca. Però ho imparato a respirare a ritmo, anche se tendo a partire molto forte e stancarmi presto.
    Ecco, lo stesso quando scrivo, lo stile lo conosco, l'ho saputo affinare, le basi le ho acquisite da piccolo, ma non mi fermo ad un certo livello, oltre non vado. E mi stanco presto. Però io non penso di fare lo scrittore, quindi va bene così :D
    Poi magari penso ad un parallelo con lo sport che ho fatto io da agonista, e vediamo cosa viene fuori ;)

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    1. Allora io e te parliamo la stessa lingua (che non è il tedesco! :)).
      Io andavo sott'acqua già a quattro anni (facevo morire di paura mia madre perché non mi vedeva tornare più su!); ho imparato presto a gestire il respiro. La cosa che caratterizza il mio nuoto - e dunque la mia scrittura - è che non mi stanco: non sono veloce, ma ho molta resistenza. Così, scrivo senza fretta, ma carica ed energia sono di lunga durata.
      Sarebbe bello se tu provassi a paragonare la scrittura a qualche altro sport da te praticato.

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    2. Non è facile perchè io facevo judo, ma proprio judo agonistico, quindi non posso neanche nascondermi dietro il velo della filosofia e della perfezione della tecnica. Nell'agonismo la tecnica non deve essere perfetta, deve essere efficace (mmm, forse anche nella scrittura:P)
      Però forse un nesso c'è: Il judo è uno sport individuale, ma con un avversario contro cui ci si scontra, si è in due ma allo stesso tempo da soli, anche nella scrittura si è in due, ma si è da soli, sei tu e il testo, tu e il tuo protagonista, tu e la scrittura, ma nello scrivere sei solo.
      Poi c'è un'altra cosa in cui mi somiglio, durante un combattimento non devi pensare ad altro che al combattimento, anzi, non devi pensare affatto, devi liberare la mente. A volte mi sforzo di scrivere in modo razionale, pensato, ma le cose migliori mi vengono proprio quando lascio fluire così lo scritto, senza pensare.

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    3. Bello: judo/scrittura.

      Credo che anche per la scrittura possa valere il principio dell'efficacia più che della perfezione. La perfezione stanca sempre, alla fine!
      Penso che un altro avversario possibile della scrittura possa essere il lettore: scrivere con l'idea che qualcuno leggerà ciò che hai scritto comporta un'attenzione diversa dallo scrivere per il gusto di farlo e basta.
      Lasciare fluire i pensieri è il modo più bello di abbandonarsi alla scrittura, non so, però, se sempre il migliore!

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    4. BEh, in realtà la tecnica perfetta è anche efficace, e te lo posso assicurare dopo aver visto certi maestri giapponesi :D. Però raggiungere la perfezione è un percorso troppo lungo che l'agonista non può permettersi di fare ;)
      No, il lettore poverino no :D (mi metto nei suoi panni) io al lettore proprio non ci penso :P però ammetto che io scrivo così, per scrivere, senza oiettivi, non ho in programma di fare lo scrittore ;)

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    5. Si chiede sempre il massimo per ottenere il minimo!
      Si mira alla perfezione e poi ci si accontenta dell'efficacia! :)
      Come la metti la metti, alla fine, purché si scriva! :P

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    6. No, si chiede il massimo per ottenere il massimo, poi se non lo si ottiene ci si impegna di più ;)
      O meglio, da ingegnere stavolta, si deve fare il minimo sforzo per raggiungere nel migliore dei modi l'obiettivo che ci si è prefissati :P

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    7. Come la metti la metti...
      purche si scriva! :D

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    8. Siccome stamattina ho dimenticato il portafoglio a casa e per tornare a prenderlo ho perso il tram, e così ho perso la coincidenza con l'autobus, ma quello passa ogni venti minuti e siccome non avevo voglia di aspettare ho fatto la strada a piedi, camminando per venti minuti mi sono venute altre idee, tra cui un altro paragone tra sport e scrittura (vale in realtà per tutti gli sport, ma io lo faccio col judo): la tecnica.
      Leggo molti che lamentano che la tecnica fa perdere spontaneità e naturalezza, questo è vero anche nello sport, se ti concentri troppo nella tecnica perdi spontaneità e istintività, migliori sì la tecnica ma il movimento ti viene meno naturale, meno spontaneo. Per questo serve esercitarsi a lungo, a questo servono le infinite e noiosissime ripetizioni, perchè quel movimento che hai affinato venga assimilato e diventi spontaneo, solo allora la tua tecnica perfetta (o almeno migliore) sarà anche spontanea ed efficace. Vale lo stesso con la scrittura, se ti concentri sulla tecnica ciò che scrivi è meno naturale, ma se non demordi e continui ad esercitarti, a concentrarti sulla tecnica poco a poco questa diventerà naturale e spontanea.

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    9. Lo sai che questo punto di vista mi piace molto?
      Io sono un po' critica nei confronti di ogni tecnica di scrittura insegnata, perché ritengo che le regole siano importanti, ma non determinanti, dunque, faccio a meno di qualcuna di esse a vantaggio di quella spontaneità con cui mi piace ancora esprimermi.
      Però, se come dici tu, anche la tecnica spiegata viene interiorizzata e diventa una parte che si integra naturalmente con il modo in cui si scrive, questo renderebbe più facile l'osservanza di certe regole.
      (Dovresti perdere più spesso l'autobus! ;))

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    10. Ehm, ultimamente mi capita anche troppo spesso :P
      E' un po' quando hai imparato a scrivere a scuola, all'inizio dovevi pensare ad ogni parola, dovevi fare attenzione ad ogni tempo verbale, ora ti viene spontaneo, non ci pensi più. Le regole non andrebbero osservate, non si scrive per le regole, ma devono diventare parte del modo di scrivere. Certo ci vuole molto tempo e molto esercizio.
      Per fare un'altro paragone (così mi ricollego anche ad uno dei miei vizi, quello di voler fare troppe cose, mi piace anche dipingere :D) Non so se hai mai visto i dipinti giovanili di Picasso, erano accademici, ma solo passando per perfetta padronanza delle "regole" ha potuto esprimere tutto il suo genio.

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    11. Se il "vizio" del volere fare troppe cose ti ha portato a dipingere, il tuo vizio è un signore! :)

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    12. Già, visto che non ho abbastanza cose da fare :P

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  8. Io, nonostante il mare figuri da sempre ai primi posti tra le cose che amo, non ho mai cercato di perfezionarmi nel nuoto, perché ho sempre amato più gli accessori di contorno che l'acqua in sé. Nuoticchio quel tanto che basta per farmi i miei bagnetti di dieci minuti massimo ciascuno e poi tornare in spiaggia a godermi il sole e la vista del mare.
    Il confronto potrei farlo semmai con la pratica delle arti marziali, che ho coltivato in modo assiduo per tredici anni, sebbene ormai abbia smesso di praticarle da quindici. In questo caso ho avuto molti maestri e studiato le tecniche per ore e ore ogni singolo giorno, domenica compresa.
    Ma è un parallelo che non posso fare, perché con la scrittura ho un atteggiamento completamente diverso, da autodidatta assoluto e convinto. Nella mia visione personale - che sosterrei anche se fossi l'unica persona al mondo a sostenerla - la scrittura è qualcosa di troppo intimo per farvi concorrere a plasmarla qualcosa di diverso dalla propria esperienza di vita e di lettura.

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    1. Io litigo un po' con il sole per via della mia carnagione - direi - lattea! Però piace molto anche a me guardare il mare.
      Le arti marziali insegnano rigore e disciplina, se hai letto il commento di Grilloz qualcosa da associare alla scrittura può trovarsi anche lì. Anch'io, tuttavia, sono convinta che la scrittura sia un'esperienza intima, proprio perché ritengo tale anche il mio rapporto con l'acqua.

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  9. Parto decisamente svantaggiato: non so nuotare... Però so giocare a calcio, va bene lo stesso? :-) Direi di no, i paralleli sarebbero forzati, visto che parliamo di un gioco di squadra...

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    1. In questo caso, si potrebbe andare per ruoli: attaccante, difensore, portiere... Cosa ne uscirebbe fuori?

      Che scriveresti per fare centro, che difenderesti il tuo stile con tenacia; che non ti faresti fregare da nessuno! ;)

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    2. ...oppure io faccio l'allenatore e la mia squadra è composta dai miei personaggi. In fondo la loro "crescita" e i loro "risultati" dipendono dal mio scrivere. Chissà... Potrei vincere una coppa, oppure venire retrocesso.

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    3. Hai visto? Siamo riusciti ad allineare anche il gioco di squadra! :)

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  10. E' un percorso a tappe, quello che si copre scrivendo; la metafora dello sport regge molto bene. Un primo traguardo, un aggiustamento di direzione, un altro traguardo... non credo si finisca mai. C'è sempre qualche orizzonte nuovo, finché dura la voglia di scrivere. :)

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    1. E nuove mete da raggiungere finché ci saranno entusiasmo ed energia.

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