giovedì 3 giugno 2021

Scrittrice ad angolo acuto


Il tempo ci fa diventare saggi e la saggezza ci regala quel tipo di consapevolezza che non genera rimpianti. Non significa ignorare i traguardi raggiunti, ma guardarli dall’esterno e sentirli estranei. Questa è una sensazione che ho tutte le volte che penso alla mia attività di scrittura e, invece di bacchettare la mia mancata volontà di rinnovare gli obiettivi, mi siedo comoda a godermi il percorso fatto, senza rimproverarmi di non avere voluto inseguire nuovi sogni.

Sono cambiata: non sono più la scrittrice di una volta, mossa solo dal desiderio di raccontare una storia, magari senza la perizia necessaria, ma con il trasporto della  passione: ho scritto “31 dicembre” perché spinta dal pretesto giusto. All’epoca non frequentavo blog letterari, nemmeno il web in genere, non sapevo nulla di scrittura creativa e sue regole; non m’interessava l’esistenza delle scuole gestite da esperti operanti nel settore. Ero una studentessa che, nella sua beata incoscienza, fortemente ispirata da un desiderio che premeva da dentro, aveva costruito una trama, a suo dire avvincente e si era divertita un mondo.

Adesso, quando rifletto sulla scrittura, non penso alle idee che vorrei sviluppare, ma a tutto quello che mi manca per poterlo fare bene. Perché, quando dico che sono diventata esigente, non voglio coprire la mia pigrizia né inventarmi scuse per giustificare la mia inattività, voglio proprio denunciare a gran voce il fatto che scrivere ha la serietà di chi studia per prendere il massimo dei voti. Quando dico che sono diventata esigente sto proprio affermando che vorrei prendere trenta e lode e non il diciotto politico accettato solo per andare avanti.

E c’è tanta narrativa, oggi, che non ha nulla di eccelso, che regala la stessa soddisfazione che un tempo ho provato io nel conseguire la vittoria di un concorso letterario e nell’ottenere la pubblicazione del romanzo, ma è priva di quella unicità che lascia il segno: c’è qualche venticinque (che è un accettabile compromesso), un paio di ventisette meritati e poi ci sono tanti voti di accomodamento. 

Intendiamoci, il problema è mio: vorrei scrivere da trenta (anche senza lode). E non ce la so.


Per narrare una buona storia devi partire da una buona idea. 

Non è vero, non è più sufficiente: per narrare una buona storia devi partire da una buona idea e la buona idea deve supportare un buon messaggio, veicolare una verità, perché la buona storia attraversa le vite di chi legge e si fa storia di tutti. 

Letteratura per me è questo e noto che mi capita sempre più spesso di leggere bei contenuti, ma di dimenticarli in fretta: mi lascio coinvolgere e ammiro la bravura degli scrittori nel dire le cose in modo impeccabile, quelli che ti fanno esclamare: “caspita, vorrei riuscirci anch’io!”, poi, però, non mi rimane niente, se non una buona impressione. Ma non è quello, che mi conquista veramente: immagino che, quando si arriva alla pubblicazione con una casa editrice, il lavoro a monte, se fatto bene, produca un buon risultato; che se la storia ha delle potenzialità, esse vengano sviluppate con l’assistenza e la guida di chi conosce e sa fare bene il proprio lavoro, dunque parto con il pregiudizio positivo che quel prodotto finito abbia una sua qualità riconosciuta. Eppure, leggo, mi piace ciò che leggo e dimentico. Vorrà pur dire qualcosa e cosa se non che fruisco della storia per il tempo della sua durata e l'archivio subito dopo come nulla di più che una piacevole esperienza?


Ho finito la maratona Proust da un po’, ormai, e non c’è giorno in cui non riprenda in mano la magna opera francese per rileggere passi che mi hanno dato qualcosa d’importante; è un’impercettibile sensazione di mancanza, che vivo nel quotidiano senza ben capire da dove arrivi. Allora ritorno a brani tratti dal primo libro della Recherche e mi perdo nella bellezza di certe riflessioni intime oppure al Tempo ritrovato, che mi ha fatto sentire immersa in una profondità mai sfiorata in altri contesti letterari. E penso ancora all’opera folle, geniale, unica, di David Foster Wallace, che ancora viaggia nei miei pensieri e mi esorta a rileggere il suo “infinito scherzo” di 1300 pagine. Sono tanti i libri indimenticabili, che mi hanno fatto capire quanto sia bello e fondamentale sapere scrivere: L’Arte della gioia, di Goliarda Sapienza, Q di Luther Blisset, Pastorale americana di Philip Roth, La storia di Elsa Morante (finito di leggere qualche giorno fa), solo per citare i primi che mi vengono in mente. Moderne o classiche, non importa, sono letture speciali, che anziché insegnarmi la buona scrittura, mi hanno fatto capire quanto io ne sia lontana. 

S’impara, voi dite, a essere bravi scrittori?

Sì, con l’esercizio costante e lo studio s’impara, ma mi sono affiliata a un pensiero scomodo e per nulla remunerativo, in termini di incoraggiamento e autostima: per me esiste quella che Pontiggia chiamava scrittura “elevata”, di eccellenza artistica, che è innata e ha a che fare con il talento. La scrittura della comunicazione efficace (scrissi un articolo a riguardo) mi conquista, ma ormai solo in veste di lettrice.


In pratica, mi rendo conto di non avere quella bravura rivelatrice di talento e nemmeno il desiderio di acquisire o migliorare competenze con tentativi di scrittura, esercitazioni, sudori e strade in salita (almeno, adesso non più.)

Dunque, ho fermato serenamente la mia corsa: sono diventata una lettrice ad angolo giro, ma resto una scrittrice ad angolo acuto.







35 commenti:

  1. Se è per questo pure io so di non avere alcun talento eccelso. Però per un po' continuerò a scrivere, senza grandi pretese (che una volta avevo, sia chiaro).

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    1. Il mio percorso è stato inverso: in passato ero più lanciata e con alte pretese, ora che ho interpretato il senso vero della scrittura, cammino col freno a mano tirato.

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  2. Non credo che tu non abbia il talento sufficiente per scrivere un'opera geniale, ma è vero, come dici, che un'ottima idea non basta.
    C'è così tanto oltre alla trama, in un libro.
    Penso che magari in questo momento tu sia troppo critica con te stessa e che questo ti spinga a tenere la penna nel cassetto.
    Magari, a settembre, ti tufferai in un nuovo progetto e le parole verranno da sé.
    Chissà. Di sicuro sarò ancora qui per scoprirlo. 😉😘

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    1. Di scrivere scrivo: sono nella fase “racconti” non troppo impegnativi, perché l’amore per la scrittura non va mai via (c’ho provato tante volte a scrollarmela di dosso, ma finisco per ritrovarmela sempre aggrappata alla caviglia!) 😁
      Però so per certo che non scriverò mai grandi cose e per me lo Scrittore, quello con la S maiuscola, deve scrivere solo grandi cose. È questa convinzione che mi frega!

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  3. Marina! Sei entrata nel mondo della saggistica e della 'istigazione' alla lettura profonda.

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    1. Ciao Francesca, certe letture sono state preziose per me e la grande ammirazione che mi hanno portato ad avere per i loro autori, mi ha fatto capire quanto niente sia io, al confronto, quando scrivo le mie storielle. Sigh, ma anche chissenefrega: godiamoci le belle letture e scriviamo per divertimento. 😉

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  4. Fai bene a farti tutte queste domande perché, anche se non otterrai mai la risposta, ti aiuta metterti in discussione. Per crescere in senso assoluto, non necessariamente come scrittrice, ma è una crescita che poi influisce, magari solo di riflesso, su tanti altri aspetti (tu-scrittrice inclusa!)

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    1. Sì, sono nell’età giusta per arrivare a ragionare con saggezza. Per ora faccio solo prove, però! 😁

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  5. Non sono una scrittrice, ma mi trovo pienamente d'accordo con te. Anch'io leggevo libri che nel tempo non mi lasciavano assolutamente nulla ma poi ho smesso! E se regolarmente li dimenticavo ci sarà un motivo...Lo stesso che mi ha portato invece tante volte a leggere e rileggere gli stessi autori.
    Secondo me hai raggiunto un equilibrio.
    E comunque non è detto che camminare "col freno a mano tirato" sia un passo indietro!
    Ciao!!

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    1. Hai colto il senso della mia riflessione, grazie: anch’io penso di avere raggiunto un equilibrio e mi va bene così. Vado a freno a mano tirato perché sono prudente e riconosco i miei limiti con grande serenità. Leggere, invero, mi dà più soddisfazioni. 🙂

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  6. Per me scrivere è sempre stata una necessità. Quando ho iniziato a scrivere neppure pensavo all'eventualità di pubblicare, seguivo solo una mia necessità. Però poi ho capito la scrittura esiste per essere letta, quindi dovevo mettermi in gioco o restava una cosa monca. Anche quando ho intrapreso questa nuova strada, però, non mi ponevo il problema piacerò / non piacerò. Blogging, e-book gratuiti e a pagamento erano un mezzo più che un fine. O piuttosto le due cose coincidevano.
    Ho smesso da un po' poiché sento venuta meno la spinta interiore che mi guidava a scrivere come necessità.

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    1. Io, invece, continuo a scrivere perché ne sento in qualche modo ancora la necessità, ciò che è cambiato è che non mi credo io necessaria al mondo letterario, come forse fino a qualche anno fa mi illudevo di potere essere. ☺️

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    2. Ma ora che non senti più la necessita, non ti va di scrivere per puro piacere?

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    3. Chiedi ad Ariano, giusto?🤔

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    4. Sì, è vero, non si capisce! CMQ chiedevo a lui! :-)

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    5. Ciao Andrea, in questo momento il "puro piacere" della creazione l'ho riversato tutti sui miei pseudo-fumetti. Creare storie con l'ausilio di immagini mi attira più che raccontarle con le parole, almeno da un po' di tempo. Può darsi che in futuro ritornerà la necessità della pura scrittura, chissà.

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    6. Ti capisco: anch'io faccio fatica a misurarmi su più fronti. Credo sia più una questione mentale che di capacità vera e propria...

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  7. Gli scrittori con la S maiuscola sono pochi, anch’io talvolta mi trovo a leggere dei libri che non mi lasciano quasi nulla, tuttavia mi piace leggere e scoprire nuove voci, se non fosse stato così alcuni autori molto bravi non li avrei scoperti. Ho sentito il bisogno di scrivere per tanto tempo e l’ho seguito, probabilmente indegnamente e, pur senza talento o grandi capacità, scriverò finché sentirò questo bisogno di raccontare storie, anche se
    sento che questo bisogno si sta lentamente esaurendo...

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    1. Ed è giusto che sia così: se la pensassero tutti come me, le case editrici fallirebbero. 😁 Invece, per fortuna, esiste tutto un mondo di autori nuovi e bravi che potenzialmente sono delle promesse. Imputo a una mia mancanza il fatto di non saperle riconoscere, perché troppo attratta dalla letteratura d’eccellenza. Ma come sto maturando male! 🤦🏻‍♀️😆

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  8. Secondo me tu potevi riuscire. Ad essere una scrittrice con la S maiuscola 😊 Magari non avresti mai potuto eguagliare Proust, ma chi te lo dice che a scioglierti e a lasciar andare via le reticenze, uno del mestiere non avrebbe trovato eccellente un lavoro portato a termine? Ti lascio con questo interrogativo. La scrittura ti appartiene e viceversa. E chi appartiene alla scrittura cova per forza di cose il seme del talento: quella cosa che riesce a veicolare delle emozioni da una persona ad un’altra totalmente estranea.

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    1. Sai, Irene, sono sincera: mettiamo pure il caso che io sappia scrivere e che mi capiti di emozionare qualcuno, ma si tratta di cose brevi, magari sono appena le 900 parole di un post o un racconto di cinque pagine. Per scrivere un romanzo occorre una chiarezza e un’ampiezza d’intenti che sento di non riuscire ad avere. È proprio perché ho pretese elevate che sono certa di non essere all’altezza. Alla persona con il talento viene spontaneo tutto quello per cui io devo sudare; non che non debba studiare anche il talentuoso, anzi: deve conoscere gli strumenti per arrivare a dimostrare al pubblico la propria bravura, ma diciamo che per l’80... facciamo il 90% ha il lavoro fatto. :)

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    2. Sai che non mi convince troppo questa tua teoria. Non mi convince perché tu un romanzo una volta l'hai scritto, ed è stato addirittura notato ed apprezzato al massimo da una giuria. Allora se ci sei riuscita una volta, come fai a dire che non ci riusciresti una seconda? è stata una botta di fortuna, un caso, eri posseduta? Non mi fraintendere, quello che cerco di dirti, è che forse quello che viene a mancare sono le idee, quel briciolo di follia che ti fa mettere sulla carta la tua carica emozionale. Parliamoci chiaro: non credo che anche il più bravo scrittore si metta lì a scrivere il suo bel romanzo e non trovi difficoltà, blocchi, "arenature"... E poi, quando finisce, il romanzo lo mandiamo in stampa così come lo ha partorito? Ma no!! Ci sono gli editor, i revisori, i tessitori che perfezionano la trama. Dopo che è morta mamma, ho letto Caos calmo di Veronesi, che per quanto mi riguarda è una specie di capolavoro moderno, fosse solo per l'idea e per la capacità di mettere dentro dei monologhi impensabili in periodi lunghissimi con una punteggiatura che ti leva il fiato (tutto al presente) - ma quello che mi ha colpito di più è stato il tempo che, alla fine del libro, lo scrittore dichiara d'averci messo a scrivere il tutto: 4 anni, supportato da questo, quello, quest'altro, tizio, caio e sempronio.
      Sono arrivata a pensare, cara Marina, che la scrittura è audacia. Tu butti lì, un pò come fare una specie di spogliarello, poi ti potrai essere divertita come fossi stata a una festa di paese di cui già tutti si sono scordati, oppure finirai per rimanere impresso a qualcuno o a molti.

      Anche questa storia di definire la scrittura alta, la scrittura mediocre o la scrittura feccia. Partiamo dal presupposto che la scrittura deve senz'altro essere, prima di ogni cosa, corretta e pulita: nel senso che se io non possiedo gli strumenti di base e non so proprio imbastire una frase, non posso scrivere. (Sarebbe lo stesso se volessi disegnare i fumetti e non so disegnare). Ma tolto l'inghippo di esserci un minimo portati, chi può dire che il romanzo di una Mazzantini sia meno alto di un romanzone che ha vinto un nobel? Attenzione, non sto affermando che il romanzone da nobel non lo sia; lo è! Ma ritengo la scrittura, come l'arte in genere, un affare soggettivo per chi la fruisce. Nella mia vita di lettrice la mia bibbia è Venuto al mondo di Margaret, perché quel romanzo, come nessun'altro, riesce a scardinarmi un modo interiore ed emozionale che non pensavo neppure di possedere. Ci sono fette di popolazione che non leggeranno mai Wallace, Blisset, Roth, che non sanno neppure chi siano questi signori; ma che fruiscono in maniera compulsiva di una Gamberale o di un Volo. Embé? Buono no, per quelle persone le emozioni arrivano da altre penne. Allora chi può affermare che la tua penna non potrebbe conquistare orde di appassionati alle tue storie? Rimane l'unico ostacolo: tu per prima ti sei sciarriata con un sogno ed hai smesso di crederci. Perché a me non mi convincerai mai delle tue scarse capacità (Stralcio sul mercato in Sicilia: letto e riletto almeno tre volte di seguito). Infine: chi ha detto che i racconti non siano un buon genere? Tutti i grandi sono passati dai racconti. Certo, il racconto deve anche essere geniale, perché già è breve, se non dice manco nulla di sinteticamente significativo, allora è inutile leggerlo. Io mi leggerei tutti i tuoi racconti ambientati nella sacra terra, ad esempio ^_^

      Volevo parlarti di un'ultima cosa: il romanzo autobiografico di Camilleri intitolato "Lettera ad Adele". Ma già mi sa che ti ho fatto un post :P Te lo dico alla prossima.

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    3. Dici cose giuste, Irene, la scrittura ha a che fare con le idee e, forse, quello, più di tutto il resto, scarseggia nel mio approccio attuale. Parto, come molti, che voglio raccontare una determinata cosa, poi, strada facendo, comincio a essere inseguita dalle domande: ma cosa vuoi dire esattamente? Quali temi vuoi affrontare? E mi siedo a bordo pagina, in attesa di illuminazione.
      Il mio unico romanzo, è strano dirlo adesso che so che molte cose sono cambiate e sono cambiata io, mi rende ancora orgogliosa, perché lì volevo dirle delle cose importanti, avevo una verità che volevo raccontarmi e raccontare agli altri e, senza apparanoiarmi con stile e metodologia, ho scritto di gusto. Non mi accade più, giusto adesso che mi sento più padrona degli strumenti. Quindi lo so, che potenzialmente potrei scrivere un altro romanzo, ma mi manca la spontaneità e la spensieratezza (scrittoria) di un tempo.
      Per quanto riguarda il secondo aspetto che hai affrontato (e ti ringrazio per la bella e interessante disquisizione), lì ti ho vista in veste di lettrice e allora sono d’accordo con te: non tutto quello che leggo è eccelso e mi piace lo stesso, ma se mi vedo dall’altra parte, come autrice, ecco che scatta dentro me la pretesa di non essere come Volo (per intenderci e mantenendo il rispetto per chi ama i suoi libri, questo può ben essere e mi fa piacere per lui). So perfettamente che potrei trovare lettori che si affezionano alla mia scrittura, ma non riesco a scrivere per loro, cioè continuo a volere avere per me stessa una scrittura non solo corretta e pulita, ma anche, in qualche modo, speciale, unica. Anch’io ho un libro da suggerirti: “Goodbye, Columbus”, è la prima raccolta di racconti scritta da P. Roth, la sua opera prima, scritta all’età di 26 anni (quando più o meno io scrissi “31 dicembre”). Ecco, intendo scrivere così, con la bravura narratoria okay, ma soprattutto con tutte quelle tematiche vive che poi rimangono costanti nel suo percorso: la forte appartenenza alla comunità ebraica, la differenza di classe sociale, i conflitti interiori. Era il suo primo lavoro, eh, nessuno sapeva chi fosse Philip Roth! Di fronte a esempi così, anziché vedere in loro dei maestri, mi sento di non potere nemmeno lontanamente toccare quei livelli. Potrei accontentarmi del piccolo che faccio bene, ma non ci riesco o, almeno, non ci riesco più.

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    4. Conosco, conosco: dai tempi dell'università ;) ma li rileggo volentieri.
      Aahh, amica mia, quanto mi piace disquisire con te :)
      Per me tu sei la più! E non ce n'è per nessuno. Anche per come intendi i valori e gli ideali di certe faccende (scrittura compresa).
      Io, invece, da un pò coltivo il solito sogno che ti dicevo l'altra volta: madonna mia! a diventare una nuova rosamunde pilcher, con una spintarella soft-hard in più :P... Con le signore che sospirano leggendo i miei 3-4 titoli assestati mentre girano il sugo. E un produttore scrauso che ci fa pure un filmettino di quelli che danno al pomeriggio sotto Natale: Il viale del ritorno, Destino crudele, Il vento della fissazione... Aaaahhhh! Marina! 3-4 titoli assestati e poi penna al chiodo ahahahahahhaah...

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    5. È un sogno fantastico, lo dico di cuore, perché ti conosco da questo punto di vista e so che scriveresti storie incredibili. Ne dai già egregia prova: anche da nonnetta, chissà, mi piacerebbe vedere un film tratto da un tuo romanzo rosa. E dico “nonnetta” per dare al tuo desiderio tutto il tempo di realizzarsi! 😁🤞🏻

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  9. Ecco, hai proprio parlato di comunicazione efficace, ovvero quando il messaggio arriva il più possibile integro al ricevente.
    Sai, nel tuo post hai sostanzialmente ripercorso la teoria comunicativa di Jakcobson: voglio comunicare 100, esprimo 80, al ricevente arriva 60, capisce 40, ricorda 20.
    A ogni fase ci sono dei fattori che abbassano la qualità comunicativa e corrispondentemente dei modi per migliorare la comunicazione (mi capita di parlarne quando faccio formazione ai nuovi docenti dove lavoro).
    Come scrittrice senti il problema di quell'80 e di quel 40, come lettrice invece di quel 20.
    Io invece temo di essere al problema legato al 60. Mi reputo soddisfatto della prosa e del contenuto, ma se il messaggio non arriva proprio, perché nessuno legge il libro, il tutto perde di senso. Nel senso che ti rimane la soddisfazione personale, ma è a circolo chiuso.

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    1. Molto interessante, non conoscevo questa teoria e, in effetti, è applicabile al mio discorso. Voglio esprimere 100, anche se poi non mi interrogo su come io arrivi o cosa si capisca: mi fermo a monte, alla prima esigenza per me che scrivo. La tua esigenza, invece, è a valle: vorresti arrivare, essere letto e anche tu hai ragione. In fondo, scriviamo perché qualcuno legga. Ma credo che qui ci sia da fare un lavoro diverso: forse trovare i canali giusti, proporsi in altri modi, non saprei. Insomma, da qualunque desiderio o necessità si parta, scrivere e ottenere risultati è un’impresa ardua e mantenersi sempre all’altezza dei sacrifici richiesti non è facile.

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    2. Per completezza, in questo mio vecchio post trovi lo schema della comunicazione secondo Jacobson:
      https://arcaniearcani.blogspot.com/2019/09/la-percezione-di-un-post.html

      Scrittura è comunicazione, quindi ciò che facciamo è mandare un messaggio. In generale ciò che ci interessa non è tanto il messaggio in sè (la storia che raccontiamo, insomma) e nemmeno la forma, ma che agli altri arrivi qualcosa di noi. La nostra visione delle cose, il sentimento che ne abbiamo, la nostra espressione artistica. In poche parole ciò che ci interessa davvero è coinvolgere gli altri, farli interessare a una parte di noi.

      Come persone che scrivono, tu ti interroghi sul messaggio stesso e la sua ricezione, io sulla trasmissione. Come lettrice invece consideri una fase ulteriore, quella della fruizione e ricordo. Ogni fase ha le sue difficoltà. I modi per superarle ci sono, ma la scrittura editoriale è un terreno piuttosto complesso a livello comunicativo, temo, per poter dare ricette facili. Diciamo che uno ci prova, e spera, cercando di avere almeno dei margini di soddisfazione.

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    3. Rispondo dopo avere letto il tuo bell’articolo e ti do ragione: è vero, esiste un pregiudizio comunicativo, ne sono convinta, legato all’opinione che si ha di chi offre quel messaggio, in qualsiasi modo lo faccia. Infatti, spesso, ho pensato di scrivere non con il mio nome, ma usando uno pseudonimo e propormi senza che qualcuno possa risalire a me e al blog, per esempio. Perché quello che diciamo, ovunque lo diciamo, in qualche modo ci identifica e può condizionare. E dico anche in positivo: a me fa piacere ricevere complimenti (a chi non lo farebbe), però penso sempre che la gente che mi conosce abbia un motivo in più per dire bene di ciò che scrivo: la conoscenza esercita un condizionamento, è inevitabile. Poi ritengo che, a proposito per esempio, delle intenzioni con cui scriviamo i post o partecipiamo a una discussione con i commenti, fraintendere o non capire è un attimo; infatti, con tutto che nella comunicazione scritta non sempre l’uso è apprezzato, a me aggiungere un emoticon non dispiace: quello che non fanno le parole scritto può farlo una faccetta esplicativa di una reazione o dello spirito con cui hai voluto comunicare il tuo pensiero.

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  10. Ti allego un mio post sulla scrittura, omaggio ad un grande che ne parla con naturalezza.. tanto per partecipare anche io ad un argomento che mi sta decisamente a cuore. Scrivo poesie e racconti, il romanzo non è nelle mie corde né nelle mire. del resto un centometrista ed un maratoneta sono entrambi atleti, ma con leve, tendini, cuore e polmoni ben differenti. E scrivo principalmente perché non potrei farne a meno, sono anche ovviamente l'ultimo a dirti che non mi piacerebbe vedermi in vetrina per ottenere altri risultati. Ma intanto scrivo, mentre quel maratoneta ad un passo dal record, respira. Ed entrambi esistiamo.

    "David Grossman ieri su Repubblica ha illuminato le pagine di semplicità e garbo.

    Un elogio della scrittura in grado di sensibilizzare le pietre. Omaggio delicato a chi vive di parole, e a chi, più naturalmente, vi si aggrappa - come ad una zattera - nel mare dell’incomprensione e dell’indifferenza.

    Scrivere è come respirare, vitale comunque per chi vuole far fronte alla morte spirituale e all’oblio sensitivo.

    Scrivendo “saremo testimoni attivi, curiosi, acuti” sottolinea Grossman. Sorpresi, aggiungo io, delle nostre osservazioni e del nostro riuscire a stupirci.

    Conclude l’articolo con l’episodio narrato dal poeta yddish Sutzekever, che trovo al contempo incredibile e illuminante:

    “Mi convinsi del potere racchiuso nella poesia, nel marzo del 1944, quando dovetti attraversare un campo minato. Nessuno sapeva dove fossero le mine. Vidi persone fatte a pezzi. Vidi uno stupido uccello che si era avvicinato troppo. Qualunque direzione prendessi, qualunque passo facessi, avrebbe potuto significare la morte. Ma fra me e me ripetevo una melodia” (e per “melodia” lui intendeva una poesia) “E al ritmo di quella melodia camminai per un chilometro nel campo minato e ne uscii”.

    Poi disse la seguente, sorprendente, frase: “Potresti ricordarmi che melodia era? Io non ricordo..”

    E io posso immaginarlo, continua Grossman, con un sorrisetto, quasi a dirci che la melodia la si dimentica sempre. Sta noi reinventarla, con parole nostre, per non sentirci impotenti, sconfitti, persino nel mezzo di un campo minato. Per avere ancora speranza.

    Ecco perché dico che una volta scritta, la poesia non ci appartiene più, come il respiro vitale, è un lampo nel buio del nostro esistere, ci ricama l’anima e continua per la sua strada, ma ci dilata ogni brutta essenza, ogni cattiva piega, la custodisce anzi, la rende complice, compagna di sorriso.

    Queste sono le parole, questa è la scrittura.

    Grazie David"

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    1. Grazie David e grazie Franco per questa condivisione, molto illuminante davvero. Mi piace particolarmente quando parla della melodia, che si dimentica, ma spetta a noi reinventarla con parole nostre. Chi scrive sa bene cosa voglia dire. A me la scrittura ha salvato da molte situazioni, anzi la mia scrittura è nata proprio con quell’unico scopo: aggiustare una realtà che non mi piaceva. Ci sono quelli che vivono per raccontare la propria vita e quelli che devono raccontarla per poterla vivere: io facevo parte di quest’ultima categoria.
      Per dire che la scrittura sta molto a cuore anche a me, per questo non posso fare a meno di trattarla con grande serietà e rispetto (con riguardo alle aspettative che ne ho io, non a quello che pretendo dagli altri, quando leggo).

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  11. Comprensibile, se come lettrice sei così esigente. Io invece leggo molto materiale che mi piace, e poco che mi fa sentire la lettura come tempo sprecato. Mi onora che qualcuno si perda per qualche ora con piacere in una mia storia. E' vero, però, che per scrivere serve molta convinzione, o si va con il freno a mano tirato, quindi avanti i più convinti. Tanto il mondo può fare a meno di noi, e anche di Proust, senza offesa. ;)

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    1. Decisamente il mondo può fare a meno di noi... e, forse, anche di Proust, sì! 😄

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  12. Quand'ero all'università conoscevo una ragazza che era fissata con il 30. Non studiavamo insieme, era la fidanzata di uno del gruppo, aveva cinque anni più di me e non ricordo nemmeno cosa studiasse. Ma ricordo che era un terzo della carriera universitaria e rifiutava voti che fossero inferiori a 30. Lavorava part time come segretaria, ma non si manteneva gli studi, pagavano i suoi. Dicevano che era un peccato rovinare quella media, per i concorsi, per il punteggio finale, ma così facendo non ha più dato esami, non ha più preso la laurea. Ha avuto problemi di lavoro e iniziò a dire che forse aveva sbagliato, quei 25 e 26 rifiutati non erano così male, avrebbe già finito...
    Non è che a volte sia necessario "accontentarsi" ma bisogna anche essere più realistici rispetto al mondo che ci circonda. Se aspetti di avere una prosa da 30 e lode, puoi già riporre le penne, perché nessuno scrittore ha mai avuto una prosa del genere al primo colpo. E quelli che citi sono romanzi di altri tempi, di altre culture, con davanti chissà quante revisioni e pure un paio di traduttori di mezzo. Le vorrei vedere le loro prime bozze. Poi, è un tema ricorrente questo sul tuo blog, da un bel po' oramai, con spunti diversi ma ritorna sempre a questo "non scrivo per pubblicare (perché scrivi lo stesso) perché tanto so che non arriverei alla vetta". E quindi, un coach aziendale ti chiederebbe: stai cercando di convincere noi o te stessa?
    Come direbbe Anne Lamott, che ho scoperto da pochissimo, scrivi "una schifosa prima stesura." E poi ne riparliamo. ;)

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    1. Vero, verissimo. Nulla da aggiungere, vostro onore: me la canto e me la suono da sola da un po’, ormai e ti dico di più: lo so che è così, ogni volta che ho voglia di menarmela co sta storia della scrittura, mi dico: “fermati, la gente poi penserà che non fai che lagnarti”, ma poi la penna mi chiama, mi coccola, io cedo e ci ricasco tutte le volte. Però mi salvano le intenzioni, cioè ho una certa sincerità nel confidare le mie debolezze e non lo faccio per recuperare pacche sulla spalla, non voglio essere incoraggiata, anche se può sembrare. Non è tanto la paura (o la delusione) di non arrivare a dare il massimo (non mi avvicino nemmeno alla pretesa), è proprio una forma di disinteresse sopraggiunto di cui sì, forse, ho bisogno di convincermi in primis io. :)

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