martedì 19 novembre 2019

Che spettacolo triste!


Turisti a P.zza San Marco - novembre 2012
(Credits: AP/Luigi Costantini)

È deprimente seguire l’evoluzione di un evento drammatico e verificare la pochezza di gente che ride e scatta foto per guadagnare like sui social!
La natura che s'incazza fa spettacolo: l’Etna che erutta la sua bile infuocata è uno straordinario gioco di luci nella notte; i terremoti, che radono al suolo intere città e le valanghe che travolgono alberi, cose e uomini sono straordinarie calamità che fanno la fortuna dei giornalisti; le esondazioni di fiumi, le bufere che scoperchiano tetti e uccidono persone sono straordinari spunti per allestire piazze televisive in cui i soliti ospiti col bollino blu ciarlano e si accusano, ciarlano e scaricano colpe, ciarlano e si dichiarano solidali, usando le solite parole di appoggio morale ed enunciando i soliti buoni propositi, chiusi dentro bolle di sapone. 
Tutto straordinario, tutto solito. Tutto visto centinaia di volte. 

Così, fa spettacolo anche il maltempo che ha piegato, in questi giorni, una delle città più belle d’Italia, anche se c’è uno spot di Greenpeace Italia che diffonde l”hashtag #NonChiamateloMaltempo: questo è l'effetto del cambiamento climatico e io annuisco, scuotendo la testa.

Ho un’amica di lettura che abita a Venezia e racconta, in una chat privata condivisa con altri amici, il disastro che ha sotto gli occhi quotidianamente e il disagio estremo in cui è costretta a vivere.
Notiziari, trasmissioni dedicate, video circolanti in rete mostrano tutto quello che sta accadendo: battelli distrutti, negozi allagati, chiese inondate, case inagibili. Gli eventi meteorologici dell'ultima settimana hanno colpito l’area urbana della Laguna (e molti altri centri in Italia) in modo violento e incessante, provocando danni imprevedibili anche per chi vive, al contrario, la prevedibilità di un fenomeno che si verifica da sempre: i veneziani  convivono con il rischio dell’acqua alta e perciò sono attrezzati; hanno stivali impermeabili lunghi fin sopra le ginocchia, che consentono loro di muoversi nelle circostanze critiche in cui il livello del mare si alza oltre la soglia della normalità, ma adesso è diverso: sono stati sfiorati 185 cm di acqua e non si scherza. La mia amica dice che loro possono far fronte, con le attrezzature a disposizione, fino a un’altezza di 130/140 cm (e questa è già considerata emergenza.) E quando le sirene suonano per dare l’allarme “alta marea”, bisogna avere il tempo di mettersi al sicuro, con incombenze giornaliere risolte: spesa fatta, impegni portati a termine. Non dev’essere facile camminare immersi nell'acqua che arriva alle ginocchia, avanzare lentamente e in modo disagevole né ritrovarsi senza luce, senza gas e senza linee telefoniche per intere giornate e non sapere quando la situazione si normalizzerà; aspettare la barca per acquistare frutta e verdura, rimanere isolati, con la batteria del cellulare che si va scaricando e gli occhi alle finestre per monitorare la situazione. Ma quando questi occhi registrano la passeggiata di comitive di cinesi che sono contente di fare il tour “acqua alta” di Venezia, con le macchine fotografiche al collo e i sorrisi compiaciuti di chi avrà qualcosa di stlaoldinalio da raccontare al ritorno dal viaggio, allora capisci che c’è una sottile vena di perversione nell’animo umano, che puoi denunciare solo scrivendo quanta indignazione essa provochi.
I veneziani si svegliano senza latte e senza pane al mattino, perché l’acqua ha inghiottito i magazzini con le scorte di farina e ci sono persone che scrutano gli angoli devastati senza mostrare in viso i segni del disastro patito da altri, passando, come in un lunapark, alla successiva, drammatica, “attrattiva.”
Ci sono la vita e il lavoro di un edicolante distrutti, una libreria storica che piange quintali di carta infradicita e un nugolo di turisti ridacchia spostando l’acqua con le galoche, durante la gita per le vie allagate del centro.
Capisco che l’acqua alta a Venezia sia un fenomeno che provoca stupore; io stessa, la prima volta che visitai questa bellissima città, osservavo le passerelle montate e ne ero quasi affascinata. Il centro storico che viene sommerso dall’acqua: chissà com’è, per i veneziani, vivere una situazione tanto anomala! - mi dicevo. Quando, però, una condizione gestibile diventa un’emergenza grave, lo stupore cede il passo allo sgomento e la curiosità si trasforma in preoccupazione, in solidarietà verso chi non vive più l’ordinaria peculiarità di una città famosa, ma sta subendo un dramma.

Di fronte a un evento che fa rumore diventiamo servi della spettacolarizzazione: per chi non è direttamente coinvolto, tutto è uno show, enfatizzato in televisione e trasferito, a uso e consumo vari, nelle piattaforme virtuali. È lì che si scatena prevalentemente il voyeurismo per i disastri altrui (citando l’espressione di un’amica virtuale), senza contare le polemiche che, in questi casi, trovano terreno fertile (vedi la questione del Mose a Venezia, tornata alla ribalta: i danni si misurano e si discutono sempre dopo, mai una volta che si pensi seriamente di prevenirli in modo responsabile.)
Non ho mai letto in rete un concentrato così elevato di idiozie relative a quanto sta accadendo a Venezia, che vanno dalle battute di chi non manca occasione di sfottere il personaggio politico di turno:

“Ma l’acqua alta a Venezia non era più alta di Brunetta? Come ha fatto a non annegare?”; 

l’ironia ormai scontata sulla paladina del “climate change”: 

“Avvistata Greta Thunberg in barca a vela a Venezia”; 

i giochi di parole di persone insospettabili: 

Shhh, acqua in bocca!”

 “Acqua alta a Venezia... e non ci piove!”;

gli interventi immancabili dei leoni da tastiera:

Lasciamoli annegare... vogliono l’autonomia, ecco ci pensassero loro da soli a risolversi i problemi”,

all’ultima delle frasi più trash, che l’autore poteva risparmiarsi, invece di provare il brivido della condivisione su Twitter: 

“Altissima, umidissima, Serenissima.”

Leggere cose del genere sui social fa male all'intelligenza e al cuore di chi, di fronte alla sofferenza altrui, non trova proprio nulla su cui fare ironia. Non si sdrammatizza col cinismo o con la ridicolaggine.
Provo pena e vergogna per tanta stupidità e per l'insensibilità che preferisce strappare una risata (ad altri cretini) piuttosto che rimanere rispettosamente nascosta.

E oggi, scorrendo la pagina di Facebook, mi imbatto nell’ultima dimostrazione dell'imbecillità umana: c’è una giornalista che fa il proprio dovere sul luogo del disastro e un idiota, dietro di lei che, a torso nudo, si tuffa nell’immensa piscina di Piazza S.Marco.




Che spettacolo triste!









24 commenti:

  1. ognuno si trova al punto della propria evoluzione in cui si deve trovare. interferire zero, giudicare zero, guardare con distacco. lo so, non abbiamo i numeri, ci facciamo trascinare nell'idiozia dall'idiozia altrui. ringrazia di non essere così. gratitudine totale, profonda, sincera.

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    1. Non so se è perché ho un’età che mi rende responsabile di una maturità con cui devo essere da modello per i miei figli; certo, i cretini sono sempre esistiti, forse basterebbe prenderne le distanze per segnare differenze importanti fra le persone. Voglio continuare a tentare, perlomeno, di essere un buon esempio per chi sta crescendo in questa valle di niente.

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    2. ai full agrì. non fraintendermi, è ovvio che occorra dare l'esempio e fungere da modello. ma questa valle è piena di ciò che ci vuoi mettere dentro. coltivati e porta luce nella vita di chi ami. 'fanculo tutto il resto.

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    3. Vero, hai ragione: in fondo, proprio i miei figli stanno vivendo il loro tempo come io ho vissuto i miei anni ‘80 e c’era mia nonna che ci considerava già allora “gioventù bruciata”. Ogni epoca ha la sua, anche se in questo specifico caso non si parla solo di gioventù.
      Il ‘fanculo lo porto in borsa insieme a portafoglio e chiavi di casa. 😁

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  2. L'hai detto tu stessa: tutto si fa show.
    E intanto contiamo i danni, ovunque.
    Io che ho vissuto -seppur non in modo tragico- queste cose, non comprendo quell'ironia o quello sciacallaggio, che non è nemmeno un fine black humor.

    Moz-

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    1. È impensabile che l’empatia o la solidarietà scatti solo quando si è vissuta un’esperienza uguale o analoga. Molti fanno semplicemente spirito, non capendo che la loro risata o quella che vorrebbero provocare è uno schiaffo in piena faccia a chi sta vivendo certe situazioni. Non capendo oppure capendolo, fregandosene altamente: il che fa di loro delle m.

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  3. Ci vorrebbe, come in ogni cosa, il senso della misura e del rispetto, merce sempre più rara. Non so se sia vero, ma sul web circola la storia (da verificare, per quanto mi riguarda) che quando qualche mese fa esplose un tir in autostrada una delle vittime sarebbe stata un uomo che si era fermato con la macchina lì vicino per scattare foto col cellulare al camion in fiamme, ignaro che di lì a poco sarebbe esploso... Ribadisco che non so se la storia sia vera, ma la cosa significativa è che non mi stupirei affatto se lo fosse...

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    1. Non mi stupirei nemmeno io: ho letto qualcosa di simile su un turista che si filmava mentre faceva non ricordo quale spericolatezza e, senza andare lontano, l’ultima tragedia ha visto un sedicenne irresponsabile che ha preso l’auto della madre ed è morto dopo un terribile schianto: gli amici che si era portato dietro stavano filmando la bravata.
      Il senso della misura, del rispetto, l’intelligenza, spesso quella che manca proprio del tutto.

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  4. Mi ritrovo moltissimo nelle tue parole

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  5. Grazie di avermi ricordato perché sto poco sui social.

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    1. Sono diventati un terreno cosparso di mine: cammini e devi stare attento dove metti i piedi. ☹️

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  6. Mi ero persa il tuffo.
    Che schifo.
    Preferisco non aggiungere altro.

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    1. Lo so che questa è una cosa che è accaduta spesso, in passato, di fronte al fenomeno dell’acqua alta a Venezia, ma stavolta il gesto è risultato più inopportuno, visto il dramma di una città che non sa come ridurre i danni che ha subito e sta provando a fare del proprio meglio per tirarsi su, oltre ogni polemica e ogni insensata cattiveria umana.

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  7. Di tutto questo per fortuna ho visto poco, segno che i filtri su FB mi funzionano bene. Ma purtroppo si, in questi frangenti non ci si rende conto della drammaticità che vivono gli altri. Per questo motivo i veneziani di nuova generazione stanno anche abbandonando l'isola per la vicina Mestre. Solo che così sarà ancora più difficile salvare quel gioiello unico, in tutto l'universo.

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    1. Non può essere sempre tutto un gioco o un “tanto non è toccato a noi!” e invece, purtroppo, è così. Non si può essere utili in alcun modo? Okay, però c’è un’altra forma di rispetto che va bene per ogni occasione: saper tacere.
      Quei giovani che fuggono da una città così impegnativa sono quelli che si stanno facendo in quattro per dare una mano: seguo un # su Twitter, si chiama #Venicecalls; i volontari sono per la maggior parte giovani. <3

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  8. Con questo post hai fatto la stessa cosa che tacci di vergognausando foto e video e gridando allo scandalo,come un altra blogger che scrive che schifo ma sul suo blog da comari fa il post su venezia.. che tristezza.. z.

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  9. Non riesco a capire se l'essere umano è sempre stato così, o c'è un'aggravante data dall'amplificazione da social e da mezzi tecnologici che riducono tutto a film, e svuotano di significato qualsiasi cosa. Mi vengono in mentre quelli che si fanno i selfie vicino ai luoghi degli incidenti con tanto di vittima a terra.

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    1. Secondo me egoismo, indifferenza, insensibilità sono sempre esistiti, solo che prima c’era meno esibizionismo: mancavano gli strumenti. Ora impazza la voglia di esserci sempre e comunque, il desiderio di mostrare senza inibizione, senza il pudore del rispetto, dei limiti necessari imposti da educazione, buona creanza. Boh, a me, talvolta, sembrano tutti matti e se penso che gli esempi peggiori spesso arrivano da persone insospettabili come artisti, politici, giornalisti, mi vengono i brividi.

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  10. Credo che nella maggior parte della gente manchi il senso del rispetto (magari anche un po' di empatia, pensare poteva succedere anche a noi...)

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    1. Senza estremizzare né generalizzare, per me c’è proprio un deficit di intelligenza.

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