Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 17 marzo 2015

"LA DIVINA SCRITTURA" - #1 Il LIMBO degli scrittori esordienti


Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
                                 ché la diritta via era smarrita.                                           

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!"

Ci sono finita con tutte le scarpe, in questa foresta impervia e spaventosa, in cui mi sono smarrita con al collo il cartellino "scrittrice esordiente".
Pensavo fosse un bosco profumato di muschio e invece è solo un labirinto infestato da licheni.
Mi muovo a tentoni, cercando la strada giusta, ma più mi addentro nel folto della selva più i dubbi mi assalgono e la paura di rimanere con quell'etichetta attaccata addosso mi attanaglia, facendomi provare tutto il disagio di chi annaspa alla ricerca di una via d'uscita.
Io non voglio restare un'esordiente a vita!

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi agli occhi mi si fu offerto
                                   chi per lungo silenzio parea fioco.                                  

Mi accorgo di non essere l'unica a provare questo strano sconforto e sono ben contenta di condividere la mia sensazione con altre anime esordienti che, come me, viaggiano nella foresta dell'incertezza alla ricerca di un'affermazione che dia contezza delle loro aspettative.
La cosa più molesta, tuttavia, è il consapevole senso di appartenenza alla bolgia informe e indistinta di scrittori i quali vorrebbero trovare una collocazione nel panorama letterario e invece sono costretti a cercare modi e studiare strategie per emergere ed assumere soltanto la veste di "scrittori", senza quell'attributo insulso che li fa essere  perennemente "emergenti".

Per me si va ne la città dolente, 
per me si va ne l’etterno dolore, 
                                     per me si va tra la perduta gente.                                    

La strada dell'autopubblicazione sembra risolvere ogni problema sorto dalla coscienza dell'anonimato: ripetiamo a noi stessi che se nessuno è in grado di riconoscere il valore della nostra opera, tanto vale imporla con un faidate editoriale!
Ma entrare nel regno del self-publishing significa intraprendere un viaggio nell'ignoto, in mezzo alle difficoltà e ai mille rischi in cui da inesperti incappiamo.
Accedere da emergenti nell'Inferno di autori autopubblicatisi significa buttarsi in mare senza salvagente e sperare che il solo lavoro di braccia e gambe sia sufficiente per tenerci a galla.

Io ho intrapreso questo lungo viaggio ed ho conosciuto diverse tipologie di scrittori esordienti, ma certo ad una categoria toglierei l'etichetta, che di scrittore hanno solo il desiderio di diventarlo e la volontà di esserlo con opere che nessuno conoscerà mai perché confinate nel buio dell'anonimato.

Per tai difetti, non per altro rio, 
semo perduti, e sol di tanto offesi, 
che sanza speme vivemo in disio».

Ho incontrato coloro che sono confinati nel Limbo del loro eterno desiderio di appartenere al mondo degli scrittori.
                              
Mentre cammino sola e guardinga, provando a districarmi in mezzo al caos di presenze insoddisfatte, mi accorgo di molti scrittori seduti lungo la riva di una sorgente. Uno, in particolare, fissa immobile le sue limpide acque.
Curiosa mi avvicino e mi accorgo che il suo sguardo si spegne inghiottito dalla trasparenza del fiume che gli scorre davanti; come incantato prende un sasso e lo lancia nel gorgo ed il tonfo ovattato prodotto da quel ripetuto gesto è suadente come una musica soave.
Mi avvicino:
"Che stai facendo?"
"Non ho voglia di muovermi e resto a guardare gli altri attraversare il fiume e procedere oltre".
"Perché non lo fai anche tu?"
"Mi accontento di essere arrivato qui: ho scritto un libro e molti racconti, è già tanto!"
"E che ne è di questa tua produzione letteraria?"
"La tengo conservata, mi basta sapere di avere portato a termine un lavoro che mi è costato impegno e fatica".
"Ma non vorresti che altri venissero a conoscenza di ciò che hai scritto?"
"No, io scrivo solo per me stesso".
"Nessuno potrà chiamarti "scrittore", tuttavia, se non dimostri di saperlo fare".
"L'ho già dimostrato coltivando da sempre la mia passione per la scrittura: un giorno, forse, qualcuno se ne accorgerà e saprà  valorizzarmi".
"In che modo se tieni il tuo libro e tutti i tuoi racconti chiusi nel cassetto?"
"Mi basta sapere di averlo scritto, un libro e di avere avuto tante cose da narrare, anche se lo so soltanto io".

All'improvviso mi pare inutile continuare questa conversazione.

Lo scrittore esordiente non è chi stringe fra le mani una penna e comincia a scrivere. L'"esordio" non misura la capacità "dimostrabile" di saper narrare, ma quella "dimostrata" di avere scritto qualcosa.
Quando ho cominciato il mio romanzo, ho dato voce ad una mia esigenza: rendere oggettivi pensieri e sensazioni che altrimenti sarebbero rimasti confinati nel terreno della soggettività, ma questo non ha mai fatto di me una "scrittrice" in senso stretto: lo sono diventata quando ho provato la strada del riconoscimento del lavoro svolto, cominciando a propormi nei concorsi letterari, sottoponendomi al giudizio del pubblico in piccole prove che testassero questa mia reale o presunta capacità.
E rimango un'esordiente perché, nonostante quel riconoscimento sia arrivato sotto forma di pubblicazione del libro, il mio resta ancora un nome sconosciuto nel vasto panorama letterario, il nome di uno fra tanti, semplicemente un nome, non il nome!

Mi allontano lasciando lo scrittore chiuso in se stesso, mentre continua ad adagiarsi nell'immobilismo della sua condizione. 
Vorrei invitarlo ad unirsi a noi, a camminare in questa foresta selvaggia con uno scopo: credere possibile il sogno o, forse, provare a costruirne uno, ma lo lascio lì, insieme a chi la pensa come lui; lascio che il fiume gli scorra davanti con il suo flusso eterno, come eterno rimarrà il suo desiderio di essere scrittore pur senza avere fatto nulla per dimostrarlo veramente.

Così discesi del cerchio primaio 
giù nel secondo, che men loco cinghia, 
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Il mio viaggio è solo all'inizio.
Vedo una stradina secondaria, in fondo al sentiero: sembra una scorciatoia. 
Dove mi condurrà?

- continua                             

22 commenti:

  1. Le scorciatoie non portano da nessuna parte. Inoltre, giusto per intenderci, scrittore è colui che scrive con intento creativo, al di là del risultato (e del riconoscimento) del suo lavoro.

    Tuttavia tutto questo amore per le etichette è più frustrante che non riuscire a emergere. Fa benissimo quello scrittore che, seduto sulla riva, osserva gli altri affannarsi. Almeno lui è soddisfatto. Tu lo sei? Dal testo si direbbe di no.

    Una volta ho scritto un post contro l'aggettivo "aspirante" messo dietro il soggetto "scrittore". Che senso ha definirsi? Ci sono scrittori che hanno scritto molti libri, alcuni magari anche di successo, e tuttavia non valgono nulla. La letteratura non si ricorderà di loro. Lo scrittore in riva al fiume magari morirà sconosciuto, ma se qualcuno un giorno dovesse imbattersi nel suo manoscritto (per caso, perché è per caso che capitano queste cose) e dovesse riconoscerne un valore, lui dalla letteratura sarà ricordato.

    Insomma, quello che intendo dire è che non si scrive per arrivare, nel senso di arrivismo, ma perché non puoi farne a meno. Perché ti piace farlo. Perché sei uno scrittore. Niente di più. Il resto è una conseguenza, nel bene e nel male.

    Se è destino, tranquilla, arriverai. :)

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    1. Ma no, non sono insoddisfatta, per niente e come dici tu sono del parere che il destino abbia la sua valenza per chi intraprende strade come questa. In verità, il post nasce dallo studio che sta affrontando mio figlio su Dante e la Divina Commedia, che mi ha riportato indietro nel tempo e dalla strana sensazione che provo ogni volta che si usa l'espressione "scrittore esordiente". Perché certo, se ti fermi al dato pratico-conseguenziale, chi scrive è scrittore, ma se non ne dai una dimostrazione manifesta lo rimani per te stesso ed il mio sogno è che qualcuno un giorno possa dire "Marina Guarneri scrittrice", non "Marina Guarneri con la passione per la scrittura". Volevo sottolineare questa differenza, senza pensare a presunti successi che non cerco. E poi sai cosa credo? che dire "aspirante scrittore" sia diverso che chiamarlo "esordiente": non si aspira ad essere qualcosa se non lo si è dentro (e lì "lo scrittore è colui che scrive con l'intento creativo" calza a perfezione), ma esordire significa cominciare un percorso: ecco, è concludere questo percorso quello che mi interessa e lo posso fare solo se mi metto in gioco, se cerco strade, se tento occasioni, non standomene ferma a guardare scorrere il fiume ai miei piedi.

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    2. Il problema, ammesso che ci sia un problema, è sempre questa attenzione rivolta verso l'opinione degli altri. Che ti frega se ti chiamano o meno scrittrice? Se lo sei, lo sai. Che lo sappia anche il resto del mondo, invece, è solo una conseguenza. La maggior parte degli scrittori che hanno segnato la letteratura del nostro tempo (ad esempio Salinger, per citarne uno), non volevano neanche esserlo scrittori. Ed era esattamente questo che intendevo io. Forse, per esserlo, cioè per fare in modo che anche gli altri se ne accorgano, bisogna non desiderarlo affatto. Ci hai mai pensato? potrebbe uscirne un buon racconto... ;)

      P.S. gli intermezzi danteschi erano davvero notevoli, usati con accortezza. :)

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    3. Ecco sì, questa chiave di lettura mi convince di più: provare a "sentirsi" scrittori senza che per forza qualcuno ti dica che lo sei.
      Mi viene in mente un episodio: una volta, a scuola, l'insegnante ha chiesto a mio figlio "che lavoro fa tua madre?" e lui, invece di dire l'avvocato, ha risposto la scrittrice. Se mi faccio imitare l'espressione dell'insegnante muoio ancora dalle risate!!

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    4. Adesso però devi sforzarti e descrivercela! Sono troppo curioso... :D

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    5. chissà, magari inserisco la macchietta in qualche raccontino! :D

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  2. Occorre scrivere, e basta. Sì, sarebbe bello se... Ma anche in questo settore ci vuole fortuna, non solo tecnica o talento. Alcuni autori hanno avuto successo solo dopo la morte, altri nemmeno allora. Bisogna fare del proprio meglio, e non aspettarsi niente.

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    1. Ecco, fare del proprio meglio è l'espressione giusta. Non lasciare nulla di intentato o, perlomeno, sapere di aver provato. A me basta avere questa consapevolezza. E la fortuna è una componente importante, sicuramente!

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  3. Un bell'incrocio con Helgaldo. L'unica cosa che si può dire, alla fine, è che LO scrittore è una professione. Come tale, ha bisogno di professionisti che si muovano in un mercato di editor e di case editrici: questo implica una serie di dinamiche comuni a tutto il mercato del lavoro in particolare, e in generale riconducibili al mercato in senso economico.
    Poi, fuori da tutto questo, ci sono gli amatori. Che possono essere anche migliori dei professionisti, ma sono solo amatori.
    Forse andrebbe meglio così: non aspirante, esordiente, affermato, Dio in terra. Sono scrittore professionista. Sono scrittore amatore. Come nello sport, dove nessuno pretende di far finta di calcare i campi di serie A, ma si accontenta di tirare quattro calci a un pallone per divertimento. E a metterla nel sette, quel giorno che gli gira bene :)

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    1. Stando alla tua metafora, quando un bambino gioca a calcio sogna di diventare un giocatore di serie A. Ecco, io mi sento una scrittrice-bambina che scrive con il sogno di vedere il proprio libro in pole- position sugli scaffali delle librerie (e se penso che ho un'età, mi sento persino un po' stupida!).
      Intanto mi alleno continuando a scrivere! :)

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  4. Mi è piaciuto molto il post (sarà che con i miei alunni siamo a Paolo e Francesca?).
    Io non mi sento tanto "scrittrice", scrittori sono i miei miti letterari! Una volta, in Perù, ho visto i condor volare e sotto dei passerotti che sembravano volerli imitare. Ecco, io so di essere un passerotto e che i condor sono altri, i cieli letterari li lascio a loro. Però mi piace raccontare storie e mi piace che siano lette.
    A volte mi sento in una sorta di purgatorio delle possibilità non ancora realizzate, da dove si potrebbe fare il balzo, ma anche no.
    Non so se mi libererò mai di questa sensazione. Magari, penso, anche il Ken Follet di turno pensa che avrebbe potuto scrivere meglio e vendere di più. Insomma, l'insoddisfazione è anche un tratto caratteriale di cui sarebbe bello potersi liberare.

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    1. Grazie, l'idea mi è venuta aiutando mio figlio a fare la parafrasi delle prime quattro terzine del Terzo Canto della Divina Commedia.
      Siamo scrittori, se amiamo non solo raccontare ma anche farci leggere, come dici bene tu e se vogliamo che qualcuno ci legga dobbiamo provare a farci conoscere. Più che l'insoddisfazione, a fregarmi è proprio la consapevolezza di non potere mai volare alto come i condor del Perù!

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  5. Finalmente riesco a comunicare...
    Per una strana telepatia, abbiamo pubblicato oggi post che si rincorrono e si completano l'un l'altro. Sono molto fiero di te, e di me.
    Quando parli del tuo amico che si limita a osservare gli altri, che non ha più voglia di provarci, devo guardarmi anch'io allo specchio? O sono io lo specchio?
    Tu però no, continua a sognare di correre nei campi di serie A, e di metterla lì nel sette, come dice miscarparo. Non smettere di allenarti.

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    1. Mi è successo con un post di Anima di carta, qualche giorno fa! Non so se sono io ad intercettare le vostre intenzioni o voi ad entrare in simbiosi con le mie! :)
      È vero, bisognerebbe leggere i due post in sequenza!
      Mi alleno con disciplina ma soprattutto sto bene quando scrivo.
      E tu ti riduci ad essere un banale riflesso?
      Sù, ti lascio un po' di spazio nel campo di serie A! :)

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  6. Mi rivedo molto in questo scritto, perché io proprio in questo periodo sto cercando di fare il salto di qualità di cui parli. Nell'ultimo anno, la mia scrittura si è basata prevalentemente sul romanzo (in alto mare) e sul blog, che comunque mi ha dato non poche conferme. Ora sento l'esigenza di intraprendere progetti di natura diversa, scrivere racconti, provare a partecipare a qualche concorso, trovare il modo per farmi conoscere a un livello più profondo e - come dici tu - testare il mio talento, sempre che esista! :)

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    1. Fai benissimo. Mettiamo in circolo le idee, facciamole viaggiare sui vagoni che hanno una destinazione e se anche non fosse il successo la meta cui ambiamo, che almeno sia la fortuna, ogni tanto, a coglierci "preparati". Perché non sfidarla?
      Quella dei concorsi è una strada percorribile, genera attese piacevoli; prova anche con il romanzo, quando lo avrai finito: sapere che qualcuno ha premiato il tuo lavoro non ti cambierà la vita (e chi può dirlo, poi), ma di sicuro ti da una carica che nemmeno immagini (te lo dico per esperienza!) :-)

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  7. Definirsi scrittori è difficile. In parte è vero che chi scrive è scrittore, ma è anche vero che non mi definisco falegname solo perché monto i mobili dell'Ikea. L'unico modo per fare progressi è lavorare molto, cercando anche vie nuove, e sperare che questo, nel tempo, permetta di fare il famoso gradino, quello che porta a mettere la testa fuori dal pozzo.

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    1. Soprattutto è importante crederci. Sempre.

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  8. Davvero un bellissimo post.
    E bellissimo questo viaggio nella Divina Commedia degli Errori e delle Riflessioni. Concordo con Grazia quando dice che definirsi scrittori è difficile, molto.
    Io per prima mi ritengo autrice, non scrittrice, anche se - tecnicamente - non è nemmeno esattamente così. A questo punto, mi definisco una cialtrona e mi spaccio per Prosivendola: si capisce il senso di quel che faccio, così?

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    1. Ciao Alessia e benvenuta nel mio surreale viaggio nella "Divina Scrittura". Mi fa piacere che ti sia piaciuto il post.
      "Prosivendola" è un libro di Pennac, un genio della narrazione! Ne convieni?
      Beh, se ami definirti così, si capisce eccome quello che fai, verrò a conoscere ciò che spacci, allora! :)

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    2. Assolutamente.
      L'importante è il messaggio, come si suol dire... o forse no?
      Be', che si capisca, mettiamola così! Ho già arretrati di questo viaggio da recuperare, ma prometto di farmi viva presto!

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