Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

domenica 29 marzo 2015

Il taccuino narrante: osservazioni, note e spunti tratti dalla quotidianità - CINQUE FERMATE

Foto della pagina che contiene lo spunto per il mio micro-racconto

I miei occhi osservano, il mio taccuino narra

Ho cinque fermate per elaborare un pensiero. 

Quattro fermate per guardarti ancora, come ogni giorno, da quando ti incontro sulla stessa linea dell'autobus.
Ti immagino mentre bevi velocemente il tuo latte e t'incazzi con tuo fratello che tutte le mattine ti sfotte perché hai due baffi bianchi ai lati della bocca; ti immagino mentre davanti allo specchio del bagno ti leghi i capelli a coda, ti metti il lucidalabbra e mandi un bacio al tuo riflesso; ti immagino mentre calzi le Nike Air Force bianche e velocemente acchiappi i libri per correre a scuola.
Sei sempre in ritardo e arrivi giusto un secondo prima che il pullman riparta.

Tre fermate per attirare la tua attenzione mentre cerchi a destra e a sinistra un posto dove poterti sedere. Io sono quello nella penultima fila di destra, come nel banco a scuola, quello che ti osserva mentre salti su affannata, con la frangia della coda scompigliata dalla corsa e le cuffie del telefonino poggiate in modo asimmetrico sulle orecchie.
Non arrivi mai fino in fondo perché c'è sempre qualcuno che ti libera il sedile accanto al suo, dopo avere appallottolato il giubbotto ed esserselo schiacciato contro il torace.

Due fermate per alzarmi, passarti davanti e pensare con una scusa qualunque di rivolgerti la parola: ciao, ma noi due non ci siamo già visti da qualche parte? - Naaa, troppo banale! Ehi, ciao, ti ricordi di me? - Peggio: banale e stupido. Potrei fare finta di inciampare sul tuo zaino che sporge appena dalla pedana, sorriderti e basta, che musica stai ascoltando? hai una penna per un appunto? stai andando anche tu al Volterra?
Torno indietro con il cuore palpitante, le parole tutte in fila davanti alle mie labbra, incollate al palato, mai pronte a lanciarsi con il paracadute fuori dalla mia bocca; il mio respiro è irregolare: non ce la farò mai.

Una fermata per vederti immersa in una fitta conversazione con il tuo vicino di posto, quello che ha avuto lo slancio  per dirti "puoi sederti qui, se vuoi". Lui non mostra alcun imbarazzo, forse è più grande di te ed è anche muscoloso, gioca a calcio, sicuro! Ha i capelli come Justin Bieber e indossa una tuta fighissima. 
Io, invece, ho la faccia piena di brufoli, i capelli da teenager sfigato, odio il gilet di lana celeste che indosso goffamente sulla camicia bianca, regalo di mia nonna per Natale.
I miei progetti vanno tutti in fumo, come ogni giorno da quando ti incontro sulla stessa linea dell'autobus.
Fine corsa. Per me. 
Io scendo, tu prosegui.

Domani avrò di nuovo cinque fermate per sognare di conoscerti.

2 commenti:

  1. Racconto carino e divertente! :)
    Unica osservazione: il termine "teenager" è utilizzato più da sociologi e psicologi. Lo sento un po' stonato sulla bocca di un ragazzino che parla di se stesso. Ciò nonostante (sai che noi scrittori siamo pignoli!) l'articolo mi è piaciuto molto! :)

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    1. Sì, hai ragione, forse mi sono fatta condizionare dal linguaggio di mio figlio che si definisce tutto fiero un teenager...ed ha soltanto 13 anni. E se glielo faccio notare ridendo, mi risponde che ne fa 14 a giugno. Beh, allora... :)

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