Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

domenica 11 ottobre 2015

Gita domenicale

Caltanissetta, la mia città


Vieni con me, oggi ti porto in una città che ha una storia importante anche se è la meno conosciuta tra i capoluoghi siciliani forse perché non ha il mare e si erge, piccola e insignificante, su una collina al centro dell'isola. 
Caltanissetta è la città in cui sono nata e cresciuta; la breve pausa universitaria mi ha prestato alla bellissima Palermo per quattro anni e poi un'altra parte significativa della mia vita ha trovato spazio e ricordi tra le vie di un centro annoiato, che non ha mai saputo far parlare di sé, tranne che per le spiacevoli parentesi legate ai fatti più eclatanti di mafia (a proposito, lo vedi quel rettangolo di cemento grigio come i suoi corridoi, all'interno? Quello è il Tribunale), incapace di costruirsi un'identità riconosciuta e, da qualche anno, persino di proteggere le proprie tradizioni.

C'è un luogo che conserva immutato il fascino delle sue origini; è chiamato "Quartiere arabo" perché la storia testimonia che Caltanissetta sia una città costruita dagli arabi prima dell'anno mille; le sue stradine lastricate e strette si affacciano sui cortili interni, dove ancora intatte resistono le tipiche costruzioni scavate nella roccia e quello che vedi, laggiù, rudere arroccato su una sporgenza di pietra calcarea, è il Castello di Pietrarossa, uno dei più importanti in Sicilia. Esisteva già da prima della conquista normanna e sai che il nome della città è ad esso collegato? Caltanissetta viene infatti dall'arabo Qal'at an-nisah che significa "castello delle donne", perché erano proprio le donne a presidiare la fortezza in assenza degli uomini che vivevano nei campi, una bella derivazione etimologica, non trovi?
Adesso punta gli occhi in fondo: questa è la Valle dell'Imera (il nostro fiume, chiamato anche Salso), osserva il panorama visto da quassù! D'inverno questa distesa di terra assume le tonalità cangianti del marrone e del verde, d'estate diventa gialla come il colore del grano che ha reso fiorente l'economia della città e dello zolfo, risorsa che le ha regalato fama e fortuna, in passato, per restituirla alla storia con una delle pagine più tristi che essa ricordi: la tragedia della miniera di Gessolungo. Il nisseno è stato un popolo prevalentemente di minatori e un giorno, esattamente il 12 novembre del 1881, l'improvvisa esplosione di grisou strappò ottantuno vite e tra esse quelle di tanti ragazzi rimasti senza nome.
Se fai silenzio senti il fruscio mesto avvolgere il "Cimitero dei carusi", come il lamento soffocato di tante madri che a lungo hanno pianto la scomparsa prematura dei figli. In questo posto lontano e dimenticato la pace ritrovata riposa dentro tante piccole croci bianche disposte a fila sul terreno e tre lapidi dove gli occhi indugiano sull'elenco di sconosciuti identificati con una fredda dicitura: "Irriconoscibile".
Questa è la mia Caltanissetta, terra di cultura e tradizioni di cui forse troppo poco ci vantiamo; eppure Rosso di San secondo vi nacque, Vitaliano Brancati vi insegnò a lungo, Leonardo Sciascia vi abitò negli anni più belli della sua vita. Anche Goethe passò da qui affascinato dai terreni fecondi, i villaggi e i casolari sul dorso delle colline. L'architettura di Michele Tripisciano è nota in tutto il mondo.
Ti faccio conoscere uno dei luoghi più caratteristici della mia città morente. Lo senti il profumo delle verdure raccolte direttamente dai campi? E gli aromi delle spezie, dell'origano, del timo, del rosmarino? Questi sono capperi sotto sale e queste le olive dei nostri alberi. Siamo nella "Strata 'a foglia", lo storico mercato di Caltanissetta, ma oggi lo vedi così, triste, vuoto, desolato, un tempo era il punto focale del centro storico, tappa obbligata di abitudini quotidiane, pieno di gente, pieno di colori, pieno di vitalità.
Già, la vitalità! Un pregio che si è spento negli anni e non so bene perché. Adesso che guardo tutto dal di fuori mi sembra di assistere al velocizzarsi di un processo di declino già in atto quando ancora vivevo qui.
Ed ecco, come un arcano richiamo ultramillenario, la popolazione che aveva dato vita ai primi villaggi attorno al Castello di Pietrarossa torna a ripopolare questa città. Quasi una nuova era, quella della ricolonizzazione araba, indotta dall'ondata migratoria che negli ultimi tempi ha reso famose alcune coste di questa isola. Molti immigrati di origine musulmana giungono a Caltanissetta e qui si fermano, forse attratti da un'appartenenza che ancora sopravvive nei disegni geometrici delle strade del centro storico, in alcune rielaborazioni culinarie, persino in molte voci dialettali. I nisseni abbandonano la città e sono rimpiazzati da una copiosa presenza araba che arriverà a scalzare la loro identità sicana: non più i negozi storici morsi al collo da una crisi economia che li costringe a chiudere i battenti, via le piccole botteghe di calzolai e le putie di generi alimentari; adesso, dietro le saracinesche chiuse delle principali vetrine, nugoli di extracomunitari osservano la quotidianità nei gesti degli autoctoni che parcheggiano le macchine, camminano lungo i marciapiedi, si muovono sempre più guardinghi e meno motivati; adesso le insegne luminose dei locali di Kebab promettono di catturare i palati più ghiotti, perché le novità attirano l'attenzione e un alimentari che vende prodotti tipicamente arabi, con etichette in lingua madre e donne con il velo alla cassa, non si era mai visto fra i vicoli che scendono verso la strada del mercato.
Il processo di integrazione è in atto da diverso tempo, ormai, qui, a Caltanissetta. È strano pensare come il tempo riporti indietro la storia, come se ci fosse un ciclo perpetuo che si ripete immutato nei secoli: eravamo una popolazione di agricoltori arabi e torneremo ad essere una popolazione di arabi in cerca di riscatto sociale.
Abbiamo odori che ci appartengono fin dalla nascita, tradizioni e culti che si tramandano di generazione in generazione: gli agrumi che profumano l'aria attorno alle cappelle votive allestite per le Novene, la processione della Settimana Santa con le sue "vare", simbolo di una incancellabile storia legata al culto religioso.
Chissà se un giorno tutto questo resisterà alla trasformazione in atto; chissà se le nostre usanze sopravviveranno alla lenta affermazione di quelle altrui, se saranno erette moschee più frequentate delle nostre Chiese o se le donne copriranno il capo con  il velo.
Io continuerò a vedere la mia città da lontano, ad assistere alla sua triste involuzione o forse no, perché definirla così: è solo un punto di arrivo. O di partenza.
È la storia che va avanti, ricominciando il suo eterno ciclo, da capo.

22 commenti:

  1. Molto sentita come descrizione perché si percepisce un po' anche la tua delusione per una città che, in virtù delle sue potenzialità, potrebbe essere migliore di quel che è. Ma la lieve nota critica nelle tue parole nasce - si percepisce benissimo anche questo - non da disprezzo ma, al contrario, da un amore fortissimo, l'amore di un consanguineo che soffre a vedere il proprio congiunto in una fase involutiva della sua vita e non riesce a capacitarsene. Ti capisco perché ho una rapport simile con la mia città e, in generale, per l'Italia stessa che reputo un paese con le potenzialità di un hotel a cinque stelle ma che si sta riducendo a un bed & breakfast...

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    1. Hai colto esattamente lo spirito del mio racconto che, forse, era più uno sfogo. Chi vive una sensazione analoga sa cosa si provi veramente; ti ringrazio per la tua sensibilità, Ariano.
      Buona domenica!

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  2. Oggi Marina mi ha portato in gita, mantenendo la promessa. Gita bellissima, sorprendente, profondamente umana. Sei una guida ideale. Una guida per scrittori. Grazie.

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    1. Mantengo sempre le mie promesse! ;)
      Grazie, Helgaldo!

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  3. Il coraggio di amare la propria terra nonostante tutto. Di vedere oltre un'apparenza che non sa raccontare la storia, le emozioni e i sogni di chi ha vissuto nel tempo la propria città.
    Provo tutto questo quando si parla di Napoli, il luogo in cui sono cresciuta e che a dispetto di tutto, riesco ancora a sentire nel cuore . Grazie per questa gita bellissima tra le strade di Caltanissetta! :-)

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    1. Grazie a te, Iara, per essere passata di qua, sei la benvenuta.

      La lontananza detta sensazioni che pensi di rimuovere quando abbandoni la tua terra perché non vuoi soffrire e sai che la nostalgia è un cane che morde alle caviglie. E poi scopri che tutto ciò che ha fatto parte della tua vita si riduce, sprofonda nel caos, muore.
      È così, purtroppo, che adesso vedo la mia Caltanissetta e capisco il tuo sentire legato a Napoli.

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  4. Che bell'articolo, Marina! E anche: che bello uscire dall'argomento scrittura, a volte! Pensa che proprio oggi leggevo degli arabi e dei normanni in Sicilia. E' una strana coincidenza che mi capiti di leggerti sullo stesso argomento. :)

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    1. Ma tu guarda! Hai visto che bella la storia della Sicilia? Ci sono capoluoghi che hanno ancora il sapore di quelle dominazioni, vedi Palermo. Caltanissetta è troppo interna e lontana dal mare per essersi affermata come centro strategico, ma ha il suo perché!
      Per forza, è la mia città! ;)
      Grazie! :D

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  5. Descrizione molto bella di una terra che mi affascina, ma non conosco.
    Quanto al futuro, tutto si trasforma, si integra e muta. Le vecchie usanze verranno inglobate nelle nuove, così come il passato arabo un po' sopravviveva ancora, allo stesso modo il nostro presente lascerà echi e usanze, sarà il fertile humus per il futuro.

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    1. È come dici tu, lo so, ma a me viene difficile rassegnarmi ai cambiamenti così radicali e lamento l'indolenza della mia città nel lasciarsi vivere e morire come se dipendesse sempre da qualcuno la sua fortuna o sfortuna. Caltanissetta è una piccola città ed è spiacevole sentire da chi lo racconta dispiaciuto ma passivo che adesso ha paura ad attraversare la piazza da solo la sera perché invasa da extracomunitari che, senza pregiudizio alcuno - lo giuro - onestamente, un po' di soggezione la incutono.
      (Scusa, ho approfittato del tuo commento per un altra piccola appendice di sfogo) :)

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  6. Bellissimo post Marina. Proprio bello. Sono stata in Sicilia due volte e mai a Caltanissetta. Me tapina! :(

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    1. Amo la mia città, ma mi costa persino dirlo che rimane una delle meno interessanti della Sicilia, forse!

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  7. Bello, ma adesso devi inviarlo a qualche testata locale, vuoi che non te lo pubblichino?

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    1. No, no, non me lo pubblicherebbero! Il nisseno d.o.c. preferisce fare finta che nulla gli accada attorno!

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    2. Mandalo alle testate delle città vicine allora. Non funziona come al nord dove una città è stupidamente rivale di tutte le confinanti? :D

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    3. Ahah, per dirla alla francese : Caltanissetta non la caca nessuno!
      (pardon!) :D

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    4. Forse allora non esiste, e quello che hai scritto è inventato di sana pianta? +_+

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    5. Esiste tutto, invece, proprio come l'ho descritto!
      Ma forse sono gli occhi di un'"esule" innamorata della propria terra a vedere tutto così speciale... e così ostinatamente maltrattato!

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  8. In effetti Caltanissetta è poco nota. Ma credo che presto le piccole comunità si riprenderanno una qualche rivincita. Non metteranno in ombra le città, le metropoli, quello no; eppure avranno qualcosa da dire. Da raccontare.

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    1. Caltanissetta prova a prendersi la rivincita da anni, ma fa un passo avanti e tre indietro! Sta diventando una causa persa!

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  9. Mi era sfuggito il tuo post domenicale! Bellissima descrizione, da cui traspare l'amore per la tua città, che mi ha fatto venir voglia di visitarla (ahi quante belle città che mi mancano della Sicilia). Emblematica l'origine del nome di una città che torna alle sue arabe origini. È bello anche che tu veda questo non in senso del tutto negativo. Siamo in un momento storico di flussi migratori e li viviamo con un po' di sgomento e molta incertezza. Anche a Bologna il centro storico si è popolato di negozi di kebab e meno gastronomie tradizionali bolognesi.

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    1. Sono contenta che la nota polemica sia rimasta velata!
      La verità è che la lontananza da ciò che ti è sempre appartenuto e dai luoghi della tua vita offre una visione diversa delle cose: quando guardi dal di fuori la prospettiva cambia e finalmente osservi tutto per quello che è effettivamente. Se ti capita, comunque, vai a Caltanissetta: non è Palermo, non è Siracusa, ma... è la mia città! :)

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