Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 22 novembre 2016

La bellezza dimenticata


Le serate davanti alla tv sono ormai una noia e il palinsesto deludente non è quasi mai all'altezza del mio tempo di relax (preziosissimo, visto che è molto sudato durante il giorno). Allora leggo oppure scelgo di scorrere le pagine di Facebook perché so che, fra tante sciocchezze e notizie per me inutili, scovo sempre qualcosa che merita attenzione, che sia il tutorial di una ricetta culinaria o la riflessione su un argomento di mio interesse. 

Qualche giorno fa ho, così, pescato un articolo, pubblicato nel 2014 on line ne "lastampa.it" e ancora condiviso, di Alessandro D'Avenia, che io conosco come autore di diversi romanzi (ho letto "Bianca come il latte, rossa come il sangue"), ma che interviene qui nella sua veste di professore di italiano, greco e latino al liceo. Con le idee molto chiare.

Attratta dal titolo, "Ma il peccato è dimenticare la bellezza", ho trovato subito incisivo l'incipit dell'articolo: 

Noi insegnanti, frequentatori delle belle lettere, a volte rinunciamo alla bellezza. Per questo dovete mandarci in galera.

Mandare in galera gli insegnanti? Qualcuno lo farebbe volentieri e non per le ragioni addotte da D'Avenia. Lui, in modo sicuramente provocatorio, ma scrupoloso, ha sottolineato il vero problema su cui la scuola dovrebbe intervenire e lo ha fatto tuonando un severo monito rivolto alla categoria alla quale appartiene:

Denunciateci, cari genitori, non per quello che facciamo leggere ai vostri figli, ma per quello che non facciamo leggere loro.

Mi è venuto spontaneo pensare a come un certo tipo di insegnamento abbia determinato molta disaffezione da parte degli studenti verso autori dimenticati nel tempo: la mia professoressa di italiano, al Liceo, non amava Pirandello e io ne ho approfondito la conoscenza soltanto dopo, quasi da autodidatta; ancora, ricordo con antipatia quelle schede de "I Promessi Sposi" in cui dovevamo riportare gli aggettivi che qualificassero questo o quel personaggio con spirito acritico e la lettura dei capitoli del romanzo si riduceva solo a un esercizio meccanico. Roba che i cultori delle "belle lettere" si farebbero venire l'ulcera a sentire ridotto Manzoni a una forzatura.

In effetti, è pur vero che nelle scuole superiori si leggono "parti" di insiemi che non saranno mai approfonditi, "vivisezioni" di opere che andrebbero fruite per intero perché consentono di fare esperienze uniche e irripetibili. Assaggi di bellezza eterna:

Quando dico ai miei ragazzi di prima superiore di mettere da parte l’antologia di epica perché leggeremo l’Odissea per intero si disperano. Pensano sia una follia, una noia. 

Perché sembra automatico che tutto ciò che si fa a scopo studio non incentivi e non serva se non a prendere un buon voto alle interrogazioni.
Invece basterebbe presentare un autore e la sua opera con lo spirito giusto, magari seguendolo idealmente nei luoghi dove si svolge la storia, per apprezzare e forse anche amare un testo apparentemente fuori dal tempo. Sarebbe come fare un bel viaggio in cui tutto diventa «vera presenza», direbbe George Steiner.

Denunciateci perché facciamo credere ai ragazzi che le poesie siano inutili coriandoli, e non parti di raccolte significative nella loro interezza. Denunciateci perché non facciamo leggere la letteratura straniera ma solo quella nostrana, minori compresi, piuttosto che Baudelaire, Dostoevskij, Eliot. Denunciateci perché non crediamo più alla bellezza tutta intera. 

Forse ogni insegnante che ami il proprio lavoro dovrebbe riconsiderare il concetto di "interesse", unico antidoto alla noia, rendere cioè le ore in classe non momenti in cui esercitare un ruolo, ma vere e proprie palestre di vita, "botteghe di vocazioni da coltivare", perché certe letture sono capaci di intercettare la maturazione di un ragazzo e indirizzarlo verso la scoperta di ciò che è invisibile nella propria vita interiore. 
Sarò legata a schemi classici, ma io concepisco il ruolo dell'insegnante in questi termini e mi chiedo: esistono docenti così ispirati? perché per trasmettere passioni occorre prima di tutto viverle e se non ci si fa portavoce della bellezza che non passa, della "bellezza che educa" il messaggio resta un'intenzione espressa molto con le parole e poco con i fatti.
Ho immaginato la mia professoressa di allora portarci in giro per Itaca o attribuire a ognuno di noi la voce dei personaggi dell'Odissea; ho immaginato possibile "entrare" nell'Inferno di Dante. Sarebbe stato un lavoro parecchio impegnativo, forse difficile, ma sicuramente più stimolante dei riassunti sulle imprese di Ulisse o delle terzine recitate a memoria.

Mi chiedo se un insegnamento "vivo" potrebbe aiutare i giovani ad accostarsi di più alla letteratura e alla sua bellezza immortale. 
Bastarebbero le ore ben spese in classe a distrarli da tutto ciò che di futile ottengono da una chat tempestata di emoticon su un cellulare? e, soprattutto, basterebbe una buona Scuola a fare capire ai genitori che il problema non è la mole di compiti da fare per casa, ma riuscire a trovare gli stimoli giusti capaci di conquistare e incoraggiare il desiderio di conoscenza nei loro figli?
Ché, ormai, anche quello si è ridotto a piccoli assaggi.

Denunciateci, allora, quando priviamo i vostri ragazzi dell’alimento che li affama, come non mai, nella vita: la bellezza che nutre e fa sentire abitabile il mondo, la bellezza che non ha ragioni, ma dà ragioni all’esistere e lo rende per questo sensato e non semplicemente da consumare. 



46 commenti:

  1. Ho sempre pensato che il miglior modo per far passare a una persona la voglia di leggere sia costringerla a farlo. :)

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    1. Io penso che la scuola, in fondo, "costringa" a certe letture, perché è lo studio a richiederlo, ma che sia importante il modo in cui esse vengono proposte. Alla fine è come piantare dei semi, che germoglieranno quando la scuola sarà finita. Tutto quello che ti è stato insegnato bene torna sotto forma di desiderio di riprendere certi autori e di continuare un percorso che si è concluso, ma non in modo definitivo.

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    2. Dubito fortemente che sia una "regola universale", CMQ anche per me è così :-)

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    3. Anche perché, come ha detto già qualcuno, molti classici sarebbero rimasti solo letture intenzionali.

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  2. Sono d'accordo con il brevissimo pensiero di Salvatore. La costrizione non deriva secondo me solo dal numero di opere imposte, ma dal puntare più sulla quantità delle letture, che sulla qualità. Pochi insegnanti si accertano che gli studenti abbiano davvero compreso ciò che hanno letto. Spesso le interrogazioni si muovono su un livello assurdamente superficiale.

    Aggiungo che io mi ritengo una persona veramente fortunata per gli studi che ho fatto. Al di là di aver avuto una nonna, ex insegnante, che mi raccontava le opere di letteratura come se fossero favole, penso di aver trovato, nel triennio finale del liceo classico, due insegnanti veramente eccezionali: la professoressa di italiano e latino e il professore di storia e filosofia. Senza di loro, probabilmente, non mi sarei mai appassionata così tanto alle discipline umanistiche, che sono riusciti a farmi amare senza alcuna costrizione. Certo, anche io ho "odiato" alcune letture assegnatemi a scuola. Ricordo la "Novelle Eloise" di Rousseau, 700 pagine di pura noia, come un incubo dal quale non riuscivo a venire fuori. Però ricordo anche il premio nazionale che ho vinto grazie alla recensione di un giallo di Gianni Farinetti e tanti autori studiati con autentica passione. Anche se non ci hanno mai fatto interpretare l'odissea, il loro approccio era finalizzato più a farci ragionare che non a immagazzinare dati. Ci era chiesto di interpretare e di comprendere. Le lezioni di Storia non erano nozionistiche, si muovevano in sincrono con quelle di filosofia, prestavano molta attenzione al contesto e alle dinamiche socio-culturali che sottendevano determinati eventi, per esempio l'ingresso dell'Italia in guerra. E gli argomenti non erano mai affrontati in maniera isolata, ma in un gioco di scambio tra le varie materie: dal punto di vista storico, per esempio, i programmi di storia e italiano, seppur con insegnanti diversi, si muovevano di pari passo.

    Forse con me questi docenti hanno trovato terreno fertile, poiché mi interessava ciò che insegnavano. Magari con altri studenti le loro lezioni non hanno avuto tanta presa. Tuttavia, quando ho sostenuto "storia contemporanea" all'università, ricordo di aver fatto, praticamente, solo una sorta di ripasso del programma dell'ultimo anno di liceo. Mentre i miei colleghi studiavano 3 mesi, io portai a casa un 30 con due sole settimane di lavoro.

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    1. Aggiungo che anche quando la scelta è qualitativamente valida, l'entusiasmo debole o una preparazione superficiale non aiutano.
      La mia insegnante di italiano, al liceo, era molto brava (anche se non amava Pirandello e ce lo trasmetteva in qualche modo, se no non me ne ricorderei), ma era fredda, spiegava in modo distaccato e questo mancato coinvolgimento impoveriva molto le sue lezioni. Di contro avevamo un insegnante di storia e filosofia che ci faceva vivere come al cospetto di Seneca e io mi innamorai della filosofia grazie al suo trasporto che conquistava.
      Cioè, è vero che gli insegnanti hanno una responsabilità grande nei confronti delle loro classi, che va oltre la stretta competenza.
      Tu sei stata davvero fortunata, ma tolto qualche caso particolare anche io non lamento grandi lacune nel mio percorso di studi. Ho visto, tuttavia, in altre persone l'effetto di avere avuto insegnanti scarsi: interessi tarpati da incompetenza o ignoranza che hanno lasciato il segno.

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    2. La mia prof di italiano non era una di quelle insegnanti che fanno le amicone. Al contrario età una donna piuttosto fredda a livello relazionale, un'insegnante classica. Quando spiegava, però, si accendeva. E umanamente sotto la scorza dura aveva un gran cuore.

      Il prof di filosofia invece era molto giovane e molto bravo. Ha la tua età, se non sbaglio, e adesso gli do del tu. Lui era più un fratello maggiore, ma riusciva comunque a essere autorevole. Ormai celebre è la frase che pronunciava per giustificare i suoi voti bassi: 8 lo do a me stesso, 9 a Kant e 10 a dio.

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    3. Pensa che la mia ha augurato la pena di morte a una mia compagna giusto perché era solita prendere insufficienze! Va beh, ma lei aveva un umorismo caustico! :D

      Il mio prof di filosofia, che all'epoca era più giovane di te, ha fatto innamorare mezza classe di compagne: era un giovane molto affascinante che sapeva di esserlo e giocava un po' su questo. A me, però, non piaceva, le sue interrogazioni non mi condizionavano e io prendevo sempre ottimi voti. ;)

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  3. Certamente l'insegnamento "vivo" funziona. Non solo per la letteratura ma anche per tutte le altre materie.

    Purtroppo se i primi a non viverlo sono proprio gli insegnanti (e ne ho conosciuti molti), c'è poco da prendersela con ragazzi e genitori.

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    1. Però noto che ai genitori, non tutti per fortuna, certi aspetti non interessano, sono magari più attenti a non fare stancare troppo i figli il pomeriggio o durante le vacanze, lamentando ore e ore di studio dovute a quantità enormi di compiti. Andate a vedere "cosa" e non solo "quanto" studiano i vostri figli! Una mamma, ricordo, a fine scuola qualche anno fa, si lamentava con la rappresentante di classe delle letture lasciate da fare agli alunni durante le vacanze. Non erano veri e propri compiti, erano letture e per lei era assurdo che i ragazzi, dopo la scuola, dovessero pensare anche a leggere un libro anziché svagarsi. Cioè, vivere la lettura come un impegno gravoso e non come un diversivo piacevole, per me, resta inspiegabile.

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    2. Anche i genitori a volte ci si mettono. Concordo.
      Dalle nostre parti si dice che "la mela non cade lontano dall'albero".

      Certo che se un papà non legge niente al di fuori della Gazzetta dello Sport, è difficile che il figlio durante l'estate prenda in mano un libro di narrativa.
      Lo stesso vale anche per quelle mamme che non leggono niente al di fuori di Novella 2000... :-D

      A volte basta anche solo l'esempio: i figli, specie quando sono piccoli, imitano molto quello che fanno i genitori.

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    3. Sicuramente lo spirito di emulazione contribuisce, ma per esempio mio figlio, un giorno, è tornato convintissimo di volere leggere "Il nome della rosa", perché la sua insegnante aveva fatto dei collegamenti, durante la lezione, citando l'opera di Eco e lo aveva fatto talmente bene da suscitare la sua curiosità. Poi, certo, andava a colpo sicuro, sapendo di trovare il libro già nella nella libreria di casa.

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  4. Guarda, questo post tocca tasti dolenti. Ho figli adolescenti quindi figurati se non me lo sono "pappato" con estremo interesse. Devo dire che sono in sintonia con le tue osservazioni e trovo efficaci le provocazioni di D'Avenia. Ho sempre pensato che il nocciolo della questione sia suscitare il giusto interesse nei ragazzini. Ora non mi odiare, faccio una cosa di cattivo gusto, ti propongo un link di un vecchissimo post che affronta proprio questo argomento. Si parla di modi per coinvolgere e prospettive diverse: http://massimilianoriccardi.blogspot.it/2015/08/sul-sentire-comune-scorci-e-frammenti.html
    Se non si riesce a lavorare sui giovanissimi è la fine. La fine della civiltà per come la conosciamo noi. Non esiste ideologia o stato totalitario che non abbia ben compreso l'importanza della pedagogia ( dalle Hitler-Jugend al Komsomol sovietico o l'indottrinamento dei giovani nelle scuole coraniche ), questa parola così desueta ma importantissima se lo scopo non è semplicemente "insegnare cose". Credo sia proprio questo il punto, altro che spezzettare e ridurre, proporre la bellezza nella sua interezza. Abituare i giovani a ragionare e a riconoscere il bello. La visione olistica è secondo me la strada giusta, certo è che creare interesse e aspettativa risulta poi difficilissimo se i primi a essere demotivati sono proprio gli insegnanti.

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    1. Scritto al volo, chiedo scusa per gli strafalcioni.

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    2. Ancora sto cercando il cattivo gusto che lamenti nell'avere condiviso qui un tuo articolo. :)
      Ma hai fatto benissimo, anche perché è molto calzante: che bel compito vi ha lasciato l'insegnante e tu te ne ricordi ancora e sono sicura che sei la persona che sei diventata anche grazie a quell'esperienza lì.
      Una sola volta è capitato a uno dei miei figli di essere portati in un parco a fare lezione di scienza all'aria aperta, il luogo ideale per certi argomenti. Bastano cose semplici, e tutto sommato ovvie, per coinvolgere i ragazzi e rendere indimenticabile un ricordo scolastico.

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    3. Meno male Marina, mi sarebbe dispiaciuto apparire invadente.
      Per il resto, considero sacra la professione dell'insegnamento. La società civile dovrebbe essere in grado di tutelare ai massimi livelli chi svolge questa opera fondamentale.

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  5. Io credo che se un professore ama qualcosa, questo traspaia. Me lo hanno sempre detto i miei alunni, non tutti, ovviamente, ma qualcuno, ogni tanto si emoziona per le cose che fanno emozionare me.
    Quanto alla letteratura. Io vengo da un liceo con prof strutturalista: testi, testi, testi. Quindi più opere per intero e meno spezzatino, meno teoria e più testi. Per intero abbiamo letto Iliade, Odissea, Eneide, Divina Commedia e così via. Replicato all'università con professore di stessa scuola (infatti praticamente non ho studiato per l'esame, ho solo letto tutta l'epica rinascimentale, su cui verteva il corso monografico). Visto che a me è piaciuto fare letteratura così, io ai ragazzi faccio leggere molti testi. Ovvio che opero delle scelte. Sono alle medie, il tempo è poco e quindi opto per la poesia, anche perché mi piace di più. E quanto mi arrabbia quando trovo sulle antologie le poesie tagliate!

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    1. Ecco, per esempio, hai detto bene: gli stralci delle poesie. Assurdo!
      Mio figlio ha studiato il "5 maggio" che a un certo punto saltava alcune strofe con i puntini di sospensione. Il senso era focalizzare l'attenzione sui passaggi salienti, ma cosa verrà ricordato domani di un testo lungo, molto profondo, ma tagliato come questo? Gliel'ho fatta leggere io, poi, a mio figlio, la poesia per esteso: la bellezza non sezionata. Che poi non è solo il fatto di leggere i testi interi, perché posso immaginare che l'Odissea, se non supportata da espedienti didattici validi, possa essere sì, noiosa. Un insegnamento alla Keating, de "l'Attimo fuggente", ricordi? (Che film meraviglioso): quello è fare esperienza concreta dentro una scuola.

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  6. Si dovrebbe insegnare perché si ama farlo, non perché è la scelta più conveniente e semplice. E si dovrebbe far leggere ai ragazzi libri che in qualche modo riescano ad attirarli verso la lettura facendoli innamorare. Ho scoperto che una mia studentessa americana che oggi ha 23 anni, quando era a scuola ha dovuto leggere “The giver”. “The giver”. E dire che anche loro hanno una letteratura classica. Poi ci chiediamo perché negli altri paesi si legga più che nel nostro. Forse, ma solo forse, se facessimo appassionare gli adolescenti alle cose seguendo i loro stimoli e non solo i nostri, le cose sarebbero diverse.

    Si tratta di un insegnamento - il mio - completamente diverso, visto che mi occupo di italiano L2, ma te lo racconto lo stesso. Due anni fa ho avuto una classe di ragazzi molto giovani. Eterogenea, come sempre, in tutto. Scozzesi, messicani, irlandesi, spagnoli, giapponesi dai 17 ai 30 anni. Dopo averli fatti lavorare su un estratto di Pirandello, gliel’ho fatto riscrivere usando modi di dire italiani delle nuove generazioni (ma anche no, scordatelo, in bocca al lupo, etc.) comprese le parolacce. Per la prima volta da settimane, il giorno dopo sono arrivati tutti in orario e avevano fatto i compiti. E io ho riso come una matta a leggere quello che avevano scritto. ;)

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    1. Brava, trovare modi nuovi, alternativi per rispolverare i classici. E poi, hai visto tu stessa, i fatti ti hanno dato ragione.

      Anch'io, in piccolo, ho un'esperienza di insegnamento, ambito diverso, diverso tutto: sono stata catechista, ma... ma sono stata la Keating dell'insegnamento pre Prima Comunione. :) Magari, un giorno, lo racconto. ;)

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  7. Alle scuole medie avevo una professoressa di matematica bravissima, lei spiegava la matematica ma anche la vita, era così coinvolgente che eravamo diventati tutti appassionati di matematica e le sue lezioni erano quasi una festa. Io prima detestavo la matematica, questo per dire che un professore appassionato ti contagia e ti fa amare la materia anche quella che può sembrare più ostica...

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    1. O mamma, la matematica: il mio "uomo nero", non dormivo la notte pensando ai numeri incappucciati come i Beati Paoli guidati dalla mia maestra terribile che brandiva la bacchetta di legno in aria...
      Poi alle medie ne avevo una con una faccia proprio da prof. di matematica e al liceo ho affinato tecniche da "haker": furbissima, prendevo 8 e non capivo un tubo! :)

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  8. Degli insegnanti appassionati del loro lavoro, anche se severi, ho ancora oggi ricordi indelebili. Degli altri, che venivano a scuola solo per il 27, provo rancore, perchè mi hanno lasciato solo lacune, che poi ho dovuto coprire a mie spese.
    Sulla Letteratura (diversa da Italiano dove si studiava proprio la lingua italiana): molti genitori la trovano/trovavano inutile perchè, a dire loro, non è necessaria per imparare un "mestiere". Molto più importante Ragioneria per un bancario (come no, tanto fanno tutto i computer), le Lingue straniere per una segretaria, l'Informatica per un'impiegata, Geometria per un geometra, ecc. Se parli bene e scrivi bene, la Letteratura non ti serve. Ancora oggi in molte famiglie, leggere è considerato un passatempo "inutile", perchè "potresti impegnare meglio il tuo tempo". E lì c'è poco da fare colpa agli insegnanti. Quante pubblicità ci sono di famiglie davanti alla tv e di famiglie con in mano un libro? Eh.

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    1. Sai che hai ragione? Non sarebbe male mettere in mano dei libri ai protagonisti di una pubblicità...uhm, scusa, per un secondo ho immaginato Banderas che dice: Rossssita, passami la luna e i falò di Pavese, mentre aspetto che i pangoccioli lievitino in forno. Ahaha

      Comunque, tornando seri, io penso a come hanno ridotto oggi il liceo classico in alcune città e già mi sento male: nella mia, per esempio, esiste il liceo classico con indirizzo linguistico, dove si studiano le lingue moderne e non più il greco: ma che liceo classico è? È un linguistico che fa più chic chiamarlo "classico". Non ho parole! E penso anche a quelli che considerano superato lo studio del greco, come se fosse un problema di anacronismo della lingua. E cerchiamo i puri della letteratura!

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    2. Dovresti proporglielo al Mulino! Che poi, mi pare che biscotti e libri vadano senz'altro d'accordo, no?? :D

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    3. Oh sì, Rosit...ehm, Barbara :D :D

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  9. Non aggiungo niente perchè chi mi ha preceduto ha già detto tutto.
    Solo una cosa. Da astigiana doc non ho mai e dico mai studiato Alfieri. Non era in programma! O forse non piaceva alle mie insegnanti di lettere delle quali non ricordo nulla. Solo di una ho rimpianto la mancanza, lei sì che aveva la Passione per la materia e per l'insegnamento.
    Quando ad un docente manca, è inutile! Non può trasmetterlo.
    Al contrario la figlia ha trovato questa passione nelle sue professoresse. Senza obbligo nè imposizioni, anche fuori dal programma, l'hanno avvicinata alla letteratura.

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    1. Dove niente e dove tanto. :D
      L'insegnamento, c'è poco da fare, resta per il 90% passione, per il restante 10% tutto quello che si vuole. Una passione senza competenze fa meno danni di una competenza senza passione.

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  10. Io l'Odissea e la Divina Commedia le ho trovate già in casa quando sono nato. Nella Divina Commedia non mi sono mai spinto oltre il primo canto dell'Inferno, ma l'Odissea mi appassionava, grazie anche al supporto dello sceneggiato mandato in onda da Raiuno negli anni '60 che mi aiutava a capire meglio il libro. Forse anche gli insegnanti potrebbero usare questo espediente.

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    1. Io il contrario. Casa mia era piena di Divine Commedie, ne avevamo una di tutte: quella illustrata, quella commentata, quella con la rilegatura filigranata... Era mio nonno il cultore di Dante, ma grazie a lui non mi sono mai mancati testi con cui fare ottime analisi e portare a scuola dei begli approfondimenti.

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  11. Tristemente vero. Se c'è un libro che odio (ma veramente odio) è il capolavoro manzoniamo che mi è toccato per tre volte: alle elementari la maestra ce lo leggeva alla fine di ogni lezione; alle medie lettura e riassunti di ogni capitolo; alle superiori per fortuna un po' meno ma comunque studiato per la maturità. Se si vuole che i ragazzi apprezzino la lettura, imporgli un tomo ottocentesco in italiano arcaico non mi sembra utile...
    É anche vero che molti adolescenti non hanno proprio simpatia per la lettura, anche se magari sanno apprezzare cinema e fumetti.

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    1. Forse oggi, qualcosa nei testi sembra cambiato: io con i Promessi Sposi ho avuto la tua stessa esperienza, ma mio figlio, per esempio, in secondo liceo ha un testo interattivo con una bella impostazione, esercitazioni interessanti, schede tecniche utili e un audiolibro allegato che sono tentata di ascoltare (sarebbe la prima volta).
      Che poi, apro e chiudo parentesi, qualcuno saprebbe spiegarmi l'esigenza di cambiare il buon quarto e quinto ginnasio con primo e secondo liceo classico, che mia zia era convinta che mio figlio a 15 anni frequentasse già il quarto anno?

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  12. Ho capito e apprezzato e riletto per due volte i Promessi Sposi dopo i 20 anni! Ci voleva un percorso, mio personale e culturale.
    Credo che alcune letture siano necessarie per comprendere l'evoluzione della nostra lingua e impadronirci della tecnica, ovviamente ad argomenti la questione si fa d'altro tipo.
    La mia insegnante di italiano del liceo amava schematizzare pure le poesie e per lei studiare la letteratura significava conoscere a memoria le note apposte a un brano di prosa. Ciò che non mi ha impedito di formarmi in altro modo e per conto mio. Dipende pure dall'interesse che si ha personalmente per la letteratura. Ovviamente avere un insegnante appassionato e severo, come è stato il mio prof. di filosofia, mi ha permesso di sviluppare una capacità mentale e critica applicabile anche a altre discipline. Ecco, questo aggiungo: responsabilità di tutti, dalla famiglia agli insegnanti, ma anche dei ragazzi.
    Spesso leggo che lo sbaglio è far leggere libri "noiosi" o i classici... ma accipicchia! Come si può imparare senza "leggere storicamente"? Avrebbe senso proporre soltanto libri contemporanei e magari stranieri?
    Però concordo su quanto dice Ariano, su certa pedanteria fine a se stessa...

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    1. Sì, ho fatto anch'io così. E proprio in quel caso mi sono accorta di quanto fuorvianti possano essere, spesso, le conoscenze scolastiche: "i Promessi Sposi" è un'opera bellissima, piena di significati da indagare e di personaggi da cui attingere, eppure nei ricordi di Liceo si perdeva dietro le spiegazioni della mia professoressa poco stimolanti. Comunque sono d'accordo che l'interesse si riattiva se c'è una base innata: molto resta farina del nostro sacco. Assolutamente.

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  13. L'entusiasmo di qualcuno diventa una rottura di scatole per altri: più impegno, più lavoro, tempo extra (non retribuito), risorse strappate all'attività in economia. E poi, la corsa ai programmi, ai soliti adempimenti scolastici. Tra l'altro, nulla garantisce il coinvolgimento maggiore dei ragazzi. Perché mettere in cattedra i grilli che passano per la testa? Perché sarebbe bello. Ma non basta a convincere.

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    1. Io, però, continuo a dirmi: se fossi io l'insegnante..., però ammetto che non ho cognizione di un mondo fatto, come dici tu, di tempistiche e programmi con ritmi da mantenere. È probabile che mi troverei in difficoltà su altri fronti. Ma tanto non faccio l'insegnante! :D

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    2. Ma io lo dicevo per protesta. Spesso, il mio entusiasmo è smorzato da risposte così. Se tu fossi un'insegnante ti vorrei in squadra con me. :-)

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    3. Concordo in pieno, Iara. Questo il quadro complessivo.

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  14. Amaro argomento... Gli insegnanti ispirati cui alludi non potrebbero mai essere la maggioranza. Esistono e sono perle, ma non c'è modo di tirare fuori dal cappello un numero di perle sufficienti ad alimentare l'intera istruzione. Inoltre temo che anche i ragazzi sensibili a tali perle sarebbero la minoranza. Ma - mi viene da dire - chissenefrega? Niente può raggiungere tutti. Anche così, sarebbe meraviglioso. Credo però che la bellezza, quella che rende migliori (non dico buoni, che suona un po' demodé) non si trovi soltanto nei classici, quindi auspicherei uno svecchiamento nei testi da leggere. Per questo mescolerei volentieri testi antichi e attuali, e smetterei di vivisezionare brani che così moncati non possono risuonare per nessuno. Ma allora non ci sarebbe abbastanza tempo per le tante materie e attività... purtroppo vogliamo tenere in ballo un "tutto" che si rivela un niente, svolto così. :(

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    1. Basterebbe sistemare quello che già c'è nelle caselle giuste del puzzle. Certe volte non si tratta di fare rivoluzioni, ma piccoli accorgimenti che si rivelino efficaci: gli assaggi di poesia non si può sentire. Cinque complete e fatte bene valgono più di dieci appena masticate.

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  15. Da insegnante rispondo alla tua domanda se esistano professori "ispirati", spinti dalla Bellezza contenuta nei testi che insegnano: NO. O perlomeno sono talmente rari che finiscono col rappresentare un numero insignificante.
    Insegno Lettere alle medie e sono circondata da colleghe aggrappate disperatamente ai programmi, il cui cui massimo godimento sta nell'elencare gli argomenti già svolti durante le nostri riunioni di dipartimento. Ben poco si salva in questa categoria. Io annaspo, navigo a vista, delusa, amareggiata e stanca. Consapevole di poter fare ciò che faccio fra le mura della mia classe, basta.

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    1. Mettila così, sono molto fortunati i tuoi alunni ad avere una professoressa che fa parte di quel numero raro. Per loro non sarà insignificante e saranno gli unici un giorno a farsi portavoce della differenza fra i maniaci ossessivi dei programmi e gli spiriti liberi ispirati dalla bellezza. :)

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    2. Spero nel mio piccolo di stare seminando qualcosa. Intanto sappi che prima degli spettacoli (Foglie d'erba ispirato a L'attimo fuggente con cui sono in scena) distribuisco al pubblico dei foglietti su cui possono scrivere un ricordo di un insegnante che ha segnato un momento della loro vita. Sono venuti fuori pensieri davvero splendidi. Insomma... forse non tutto è perduto e di Keating ce ne sono o sono stati più di quanti ne immaginiamo.

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    3. Mi sarebbe piaciuto venire a vederlo, ma ho avuto una serie di impedimenti, non ultimo una brutta influenza.
      Ho seguito, però, l'evento su Fb e so che ha avuto un grande successo.
      Complimenti e che bella iniziativa quella del ricordo sui foglietti.
      Sai che io... non avrei saputo individuare un Keating nella mia vita scolastica?

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    4. Sì sì, lo so che non sei stata bene.
      Neanch'io ho un mio "Keating" nel mio percorso scolastico. Piuttosto ricorso con affetto e stima il professore di Lingua e Letteratura latina dell'università.

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