Fiat lux!
Guardate un po’ chi è tornata?
Shhh, fate silenzio: c’è una rilettura in corso...
I classici della letteratura ci parlano da lontano, attraversano i tempi, senza mai chiudere parentesi; avvicinano le generazioni di ogni epoca, grazie alle tematiche che restano attuali e alle riflessioni riadattabili in ogni contesto storico. Per questo non saranno mai dimenticati.
Impariamo dai classici, eppure guai a imitarne lo stile. Quello sì, che si evolve, risponde a esigenze diverse, segue regole sempre nuove.
Passo solo per un saluto.
Se non arriva non arriva, l’ispirazione. Che vuoi farci?
Niente, non puoi farci niente.
Forse la prossima settimana.
Forse... ma tanto, avere un blog, scrivere per un blog, non è indispensabile e non è nemmeno un lavoro (per fortuna!)
Oggi è Giovedì Santo. Sarei dovuta essere in Sicilia, invece, sono qui, a Roma, per il secondo anno consecutivo, dacché l’emergenza Covid ha blindato le vite degli italiani.
Il lockdown 2020 era l’evento eccezionale, la straordinaria situazione che nessuno si aspettava di vivere e che ha trovato tutti impreparati, sconvolti e con le speranze ancora sotto il cuscino.
Passerà, andrà tutto bene, finirà l’incubo.
Ma il nuovo lockdown 2021, incoerente, confuso, disorganizzato, esattamente cos’è? 365 giorni non sono pochi, non è il lungo periodo di assestamento che ci aspettavamo, dopo il tragico tracollo di tutto. 365 giorni sono mesi e mesi e mesi di sacrifici continui e di strategie che non hanno funzionato e di decisioni che non hanno portato ai risultati sperati.
Un anno fa mi piangeva il cuore perché non avrei potuto fare le valigie per tornare dai miei e perché la pandemia aveva reso impossibile ogni rappresentazione della Settimana Santa, a Caltanissetta, come da centenaria tradizione, ma oggi il peso della lontananza si è ingigantito e non so se essere incazzata o se reprimere tutta questa rabbia in una nuova, forzata, rassegnazione.
Non passerà, non è andato tutto bene, questo incubo non ha fine.
Via Lucio Mario Perpetuo: oggi è una giornata di sole, la primavera si affaccia timidamente, chiede permesso, posso entrare? ma nuvole e vento fanno ancora i gradassi. È la seconda primavera blindata, questa e confusione, malcontento, attese, piani sanitari in bilico tra buon esito e fallimento, restrizioni, multe, disagi, paranoie, recitano un copione che non è cambiato, dopo un anno di pandem-onio.
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| Edward Loevy, La disinvoltura del dandy, 1901, olio su tela |
Di Gabriele D’Annunzio ho una conoscenza scolastica, le sue opere studiate solo come parte del programma di terzo liceo, la sua personalità associata a una ricca biografia e alla corrente del decadentismo.
Qualche settimana fa, la bella pensata (suggeritami inconsciamente da una discussione con un’amica su certa letteratura classica ignorata): riprovare a leggere “Il piacere”.
Abitiamo in un appartamento al terzo piano, in un condominio dove ci siamo trasferiti dodici anni fa. Le mie figlie hanno legato con Valeria, la secondogenita di Anna, che abita al primo piano ed è la mia migliore amica. Siamo tutte persone tranquille, nel palazzo: nessuno screzio, nessuna bega condominiale. Due appartamenti sono ancora sfitti: uno è quello sopra di noi.

Vi siete mai imbattuti nelle famose classifiche letterarie, quelle che stilano una graduatoria dei libri in relazione alle vendite o ai giudizi di qualità espressi da critici, scrittori, giornalisti, lettori? Io diverse volte, anche se devo dire, tolti i primi slanci di curiosità, non ho mai trovato veramente utile spulciare fra i vari titoli suggeriti, avendo già una lista mia di testi da leggere, redatta con criteri soggettivi.
Appuntamento mensile con “Il caffè di Luz e Marina.”
Ma non potevo presentarmi a mani vuote al caffè con Luz: una buona chiacchiera fra amiche si fa tra un sorso e un morso, siamo d’accordo tutti, no? È il rituale per un buon momento di relax e anche questo mese, io e Luana non ci siamo fatte mancare l’ora di ricreazione.
Non sono invidiosa. Non desidero negli altri le cose che mancano a me, non muoio dentro se qualcuno arriva ai traguardi che io non sono in grado di raggiungere né gioirei del fallimento di chi ha goduto di una soddisfazione a me negata...
Diciamo che non invidio nessuno, ma con un'eccezione.
Un po’ perché siamo arrivati al Giovedì grasso, un po’ perché domenica prossima è San Valentino, ho pensato a qualcosa di speciale per voi.
Mettetevi comodi: oggi vi regalo dieci minuti di puro intrattenimento soft core.
Chi doveva dirmelo che, alla mia età, mi sarei ancora imbattuta in novità linguistiche alle quali abituarmi gioco forza, per non sembrare una barbosa conservatrice, poco aperta al cambiamento.
Basta avere due figli adolescenti e non c’è scampo: si viene risucchiati in una quotidianità fatta di termini brutti a sentirsi, ma efficaci nella resa, che hanno trasformato il linguaggio dei giovani in un codice e quello di noi vecchi in una decontestualizzata e desueta prova dialettica.
Ormai, in casa mia, come mi muovo mi muovo, agisco da “boomer”; non vi dico le filippiche di mio figlio, seguite dall'ovvio sfottò, quando gli mando un messaggio col cellulare, con tutti i segni d’interpunzione al loro posto e in un italiano da Accademia dell’Arcadia: il messaggio si finisce senza punto fermo e non ci sono virgole e le abbreviazioni sono consentite. Il messaggio dev’essere diretto, breve e percepito, non è un tema d’italiano.
Quando scopro che pure un’esperta lessicologa editoriale dà ragione a queste giovani generazioni entro in crisi.
La fredda canna di una Walther PPK puntata alla tempia gli faceva meno paura dei russi, a pochi metri dal giardino della Cancelleria.
Si era rassegnato al fatto che la guerra fosse irrimediabilmente perduta.
Appuntamento mensile con “Il caffè di Luz e Marina.”
“In superficie, le uova avevano reticoli come le vene d’una mano. Dentro il guscio s’arrotolavano forme sinuose, viscide, a matassa: erano serpenti, che attendevano il momento propizio. Nel giro di una decina d’anni, tutte quelle uova si schiusero, in una terra esagonale nel cuore dell’Europa.”
La terra esagonale è la Francia della seconda metà del‘700, il primo serpente a venire alla luce ha occhi acquosi, che il tempo renderà glaciali; il suo nome è Maximilian-François-Marie-Isidore Robespierre.
Vi dice niente questo nome?
Scrivo un articolo in seguito a un impegno preso. Non è destinato a questo blog. Studio la posizione dei miei pensieri all’interno del testo, a quali di essi dare la priorità, da dove partire, come concludere il pezzo. Lo faccio seguendo uno schema, approfondendo informazioni che non ho o conosco poco. Rimedio qualche ricordo, seleziono le sensazioni che mi motivano di più ... ed eccolo, l’articolo preso in consegna: lo pubblico il 4 gennaio nel sito “I Racconti delle Ragazze”. Parla dei mitici Doors.
Dio è un pittore, un espressionista astratto: soffia colori nell'immensa tela a sfondo azzurro e ne fa un’opera d’arte. Non riesco a distogliere lo sguardo dal panorama che osservo affacciata alla finestra: viene voglia di allungare un braccio e mescolare la colata di rosso che imbratta il cielo; smuovere le onde giallo ocra sprigionate dal sole sopito, spugnare con tinte di rosa la parte ancora visibile di blu cobalto.
Mi perdo nei pensieri, con la tavola imbandita alle spalle, la candela che aspetta di illuminare la cena di Natale, l’odore di buono sprigionato dal forno e gli occhi immersi dentro il quadro di Dio: è una preghiera, quella che formulo, mentre ammiro il tramonto di questa Vigilia.
Non sono mai stata sintetica, ma non amo la prolissità: riesco a godermi la lettura di un fiume di parole profuse in un post solo se sono motivata o realmente interessata all’argomento, altrimenti i miei occhi zompettano lungo le righe dei papelli e arrivano alla fine nella metà del tempo che impiegherei se leggessi tutto con cura e pazienza.
Trenta pagine forse evitabili, numerate a caratteri romani, fanno da apripista al romanzo di un formidabile genio, che prima ancora di essere il genio che ha scritto un’opera struggente è il formidabile autore di una premessa meritevole di prendere il posto della recensione (che non farò) del libro, perché è l'"apparentemente infinito cazzeggiare" che ha subito catturato la mia attenzione, "questo interminabile schiarirsi la voce", che a me ha schiarito anche le idee.
“... Lui solo aveva il potere di farmi ritrovare i giorni passati, il tempo perduto, davanti a cui gli sforzi della mia memoria e della mia intelligenza erano sempre vani...”
È l’ultimo brano che leggo, del libro che ho dietro, prima di salire a bordo.
Nel luglio del 1998 ero a Marina di Massa, per seguire il corso di “Diffusore di Diritto Internazionale Umanitario” presso la Croce Rossa Italiana: ero già volontaria del soccorso da due anni e, poiché il pulicio del diritto internazionale non aveva mai smesso di sfruculiarmi il cervello dal giorno della laurea, decisi di partecipare alle selezioni, superai le prove e partii per le due attese settimane.
Me ne sono stata buona, negli ultimi anni, senza pretendere di avere sempre ragione né la presunzione di elargire lezioni di scrittura (io, la prima con l’autocritica facile e perciò poco incline a produrre storie che penso essere di scarso valore letterario).
Ho tuonato contro il selfpublishing, dopo un periodo di fiducia in cui avevo appoggiato e difeso gli scrittori che si proclamano editori di se stessi e sono soddisfatti di avere intrapreso la strada del fai da te. Ma la scrittura non è solo ispirazione e penna in mano e il lettore non può essere sempre preso in giro.
Ebbene, è proprio su tale argomento che io e Luana ci siamo confrontate nel caffè di questo mese: che valore attribuiamo all'arte contemporanea, partendo dal presupposto più importante, la creatività.
Ho elaborato questa pagina a luglio, ma è rimasta solo un’intenzione, perché quando ho provato a scriverla l’ispirazione si è infeltrita come la lana dopo un lavaggio sbagliato e l’ho mollata là, a dileguarsi nel caldo dell’estate. In genere non recupero più le idee alle quali rinuncio, ma qualche volta proprio quelle idee tornano a scuotermi, mi gridano nelle orecchie, occupano il mio cervello finendo per imporsi, soprattutto quando qualcosa le dissotterra. E così, tormentata di nuovo da un ricordo riemerso dal passato, ho deciso di dare udienza a un’eco rimbalzata nel presente dal lontano 1985, che non ho mai sentito la necessità di esternare forse per pudore, per orgoglio o per mero disinteresse. Adesso è il bisogno a premere perché io racconti questa storia.
Parlare di macro argomenti spaventa sempre un po’, perché è facile scadere nella banalità oppure perdersi in elucubrazioni che annoiano, in quanto poco ancorate alla praticità del quotidiano. Amore, Amicizia, Felicità, Solitudine, sono concetti direi quasi abusati per la quantità di aspetti che le caratterizzano. Invece io e Luana, nel caffè di questo mese, parlando proprio di amicizia, abbiamo raccontato una parte di noi importante e lo abbiamo fatto con la consueta spontaneità, condividendo le nostre esperienze, senza trarne massime di vita. Ne è venuto fuori un confronto come sempre autentico, che non ha fatto che aggiungere un tassello alla nostra bella conoscenza.
Lavoravo da qualche tempo a una raccolta di racconti: non erano storie originali, le avevo già scritte anni fa. Avevano un bel concept alla base, una struttura che rendeva le vicende autonome l’una dall’altra, ancorché concatenate da un filo conduttore che le riuniva in un corpo unico. Erano state, come già il romanzo di poco anteriore, il frutto di esperienze elaborate ai tempi dell’università, trasposte in una fiction narrativa il cui risultato mi aveva gratificata (uno di questi racconti mi valse una segnalazione a un concorso, tra l’altro). Poi, a distanza di anni, provai un bel po’ d’imbarazzo, trovando inconcepibile anche solo il pensiero di avere avuto il coraggio di espormi e di avere persino vinto un premio, con uno di essi.
Sì, le idee erano ancora buone, ma occorreva dare profondità alle storie, maggiore tridimensionalità ai personaggi, correggere le banalità, gli errori tipici delle aspiranti scrittrici attratte dal sentimentalismo e dalla tecnica dilettantesca dell’uso di avverbi e aggettivi come se fossero elementi indispensabili ad abbellire una scena.
Appuntamento mensile con “Il caffè di Luz e Marina.”
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| Apollo e le muse sul monte Parnaso - Anton Raphael Mengs |
Dal ripiano centrale della mia libreria (dove pongo i testi ancora da leggere) tiro fuori due libri, affratellati dallo stesso logo: uno ha la copertina leggermente ruvida, con un disegno stilizzato rosso su sfondo écru; si chiama: “Grand Hotel - Romanzo sopra le nuvole”, è di uno scrittore ceco, Jaroslav Rudīs, che è anche musicista, autore di numerose opere teatrali, radiofoniche e di sceneggiature cinematografiche (sono attratta dalle persone eclettiche); l’altro, è una raccolta di racconti dal titolo: “La vita moltiplicata”. L'autore, Simone Ghelli, vanta una bella esperienza nella stesura di racconti, con diverse pubblicazioni per siti letterari e riviste.![]() |
| I segnalibri di Corrie Baldauf in Infinite Jest di Foster Wallace |